Mio

L’ASSURDO COMMA ANTI WEB

27-07-2010 12:07:07

Quel che più stupisce, del disegno di legge sulle intercettazioni, non è l’assurda pretesa della maggioranza di continuare a difenderlo: ciò che stupisce è l’assoluta irragionevolezza delle norme che contiene, che la rendono, alla prova dei fatti, inapplicabile e illogica.Abbiamo denunciato, e lo hanno fatto anche giornalisti, editori, magistrati e giuristi, che il vero obiettivo non è quello di difendere la privacy dei cittadini, ma piuttosto quello di limitare l’uso delle intercettazioni nelle indagini e mettere bavagli e guinzagli a una stampa vissuta sempre come troppo libera.La riprova è un comma piccolo ma devastante, il comma 29 dell’art.1, che rappresenta il più grande tentativo di limitare la libertà del web mai prodotto fino a questo momento.

Il comma in questione sottopone qualsiasi pagina web alle stesse regole dei giornali: andranno pubblicate le rettifiche entro 48 ore, con la stessa evidenza della notizia originale. Chi non ottempera a quest’obbligo rischia sanzioni fino a 12.500 euro: un bel deterrente dal trattare argomenti “sensibili”…

E’ evidente che chi produce proposte come questa conosce ben poco il reale funzionamento del web. Immaginate un qualsiasi blogger, che parte per un week end al mare e resta all’oscuro di una richiesta di rettifica; oppure Wikipedia, costretta a pubblicare rettifiche su qualsiasi voce di attualità dell’enciclopedia. Oppure un qualsiasi Social Network, Facebook, ad esempio, magari la pagina di un “gruppo”: gli amministratori si ritroverebbero a dover dare conto di quel che viene “postato” in tempo reale da migliaia di utenti diversi. I grandi gruppi editoriali vengono messi sullo stesso piano di un qualsiasi utente del web in grado di scrivere qualsiasi cosa su qualsiasi pagina.

Un’assurdità vera e propria, che rischia di dare un colpo mortale alla libera informazione, alla rete e in particolare agli strumenti web che ci consentono di interagire in tempo reale attraverso scambi di informazioni pubblici e non filtrati.

In Commissione giustizia la maggioranza ha respinto le richieste del PD per la cancellazione di questa norma: sul web sta avendo grande successo la raccolta di adesioni all’appello per salvare la rete. Porteremo anche in aula questa battaglia, con qualsiasi mezzo utile a fermare questo scempio.



Contro la legge bavaglio, per la libertà di informazione

08-07-2010 19:19:59


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Questo blog, come tanti altri siti e pagine web, il 9 luglio partecipa alla giornata del silenzio della rete, in solidarietà con lo sciopero dei giornalisti e dell’informazione.

Per protestare contro la legge bavaglio: un provvedimento ingiusto che negherà ai cittadini il diritto a essere informati.

Un giorno di silenzio per gridare forte che questa battaglia non riguarda solo una professione, quella dei giornalisti e degli operatori dell’informazione, ma riguarda il nostro Paese, la sua democrazia, la possibilità per ognuno di noi di esprimersi, partecipare attivamente e scegliere liberamente.

Un silenzio significativo, per ricordarci che dal 10 luglio dovremo tornare a parlare, a spiegare e a protestare attivamente.

Oggi in sciopero della fame per i lavoratori Eutelia

22-06-2010 11:28:32

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Oggi sono in sciopero della fame, a staffetta con i lavoratori di Aglie ex Eutelia in presidio davanti a Montecitorio.E’ un’iniziativa per ottenere dalla Presidenza del Consiglio la convocazione immediata dei due tavoli già istituiti. Il primo per valutare la situazione delle Commesse Pubbliche per Agile ex Eutelia, il secondo relativo alle politiche industriali dell’Information Technology ed alle prospettive di questi lavoratori.Aglie ex Eutelia rappresenta un patrimonio importante per il  nostro paese, essenziale se pensiamo che per uscire dalla crisi abbiamo bisogno di produzioni e servizi qualificati e di alto valore aggiunto.

Si tratta di lavoratori di alto livello che hanno bisogno per continuare ad esserlo di lavorare e formarsi.

Agile ex Eutelia inoltre,  è proprietaria di infrastrutture materiali e immateriali molto significative per il nostro Paese: sto parlando di migliaia di chilometri di fibra ottica e del software necessario per la comunicazione.

E’ questa una delle ragioni principali, assieme alla peculiare vicenda dei passaggi di proprietà di Agile ex Eutelia, che hanno indotto molti fra deputati e senatori del Partito Democratico ad aderire a questa iniziativa che speriamo  si allarghi ad altri parlamentari.

Chiediamo alla Presidenza del Consiglio, ed in particolare al Sottosegretario Gianni Letta, che a questo si era impegnato, di convocare i tavoli.

Questi lavoratori aspettano da troppo tempo.

Il mistero dei click

26-05-2010 16:53:55

Sta rimbalzando sulla stampa e sul web una curiosa notizia che ci riguarda e che non può fare altro che strapparci un sorriso (autoironico e anche un po’ amaro, forse).Si tratta del sondaggio comparso sul sito dell’Espresso il 21 Maggio, che chiedeva di scegliere il futuro leader del PD fra alcuni nomi di giovani dirigenti o eletti del nostro partito, più qualche outsider, fra cui Nichi Vendola.Il caso clamoroso nasce dalla constatazione da parte della redazione che migliaia di voti provengono dallo stesso IP, a volte da due o tre IP diversi.L’Espresso sottolinea, giustamente, che nessun sondaggio online ha valore statistico né rappresentativo. Si tratta di un gioco, nulla più, a cui però, tutti quanti, soprattutto i diretti interessati, alla fine prestano una certa attenzione: una volta pubblicati i risultati, la notizia c’è.

Alcuni degli amici del PD coinvolti, si sono difesi dalle accuse, aumentando l’aspetto tragicomico della vicenda: alcuni si sono dichiarati del tutto incompetenti, non in grado di aggirare il sistema di conteggio. Della serie: il computer, questo sconosciuto! (come scrive Adinolfi: click regalati a loro insaputa?). Altri hanno provato a buttare là che sì, i click sono truccati, ma potrebbe essere stata la stessa redazione dell’Espresso.

Questa ipotesi mi sembra spassosissima, perché implicherebbe che la redazione, di fronte al fallimento del sondaggio, caduto nel più completo disinteresse dei lettori, è corso ai ripari, costringendo i dipendenti a effettuare migliaia di click sui vari candidati.

Qualcuno dirà che scrivo così perché tanto, io tra i candidati non c’ero…E allora lo confesso: è un grande sollievo non esserci stata in quell’elenco. Cosa avrei fatto per ottenere anch’io i miei 3000 click? Avrei resistito alla tentazione? Avrei costretto la mia collaboratrice ad incollarsi al mouse per un intero pomeriggio? Oppure qualcuno mi avrebbe regalato click a mia insaputa?!

Meglio rimanere con il dubbio e suggerire qualche morale della favola:

-  mai pubblicare sondaggi dalla dubbia attinenza con la realtà dei lettori

-  assicurarsi che non ci siano “cliccatori” a nostra insaputa

-  fare in modo che eventuali voti “truccati” provengano almeno da dieci IP diversi

-  in caso di clamorosa rivelazione, provare a reagire con un po’ più di ironia.

 

La storia della “Vera D”: nove migranti bloccati a bordo.

14-04-2010 17:39:32

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Una settimana rinchiusi su una nave nel porto di Napoli: è successo a nove persone, di cui cinque dichiaratesi minori, arrivate nel nostro Paese a bordo della “Vera D”, che ha toccato terra il 7 Aprile scorso.Per giorni non è stata resa nota la notizia. Non un comunicato, una conferenza stampa, una comunicazione alle associazioni campane che si occupano di accoglienza ai migranti. Nulla. Solo la protesta dei portuali, per l’improvviso trambusto causato dai controlli di polizia, ha permesso, l’11 Aprile, di far emergere la verità: sulla “Vera D” erano presenti nove immigrati. Nove ragazzi africani che la polizia portuale non voleva far scendere, ma che nessuno poteva nemmeno respingere prima degli accertamenti previsti dalla legge nazionale e internazionale sulle condizioni di salute, la presenza di richiedenti asilo o di minori di 18 anni.La Questura ha affermato di aver emesso un decreto di respingimento, e anche questo rimane un mistero insondabile, perché i ragazzi riferiscono di non aver ricevuto alcuna notifica.Ed è singolare davvero che nessuna associazione, tra le tante presenti sul territorio campano,sia stata coinvolta per fornire assistenza o per svolgere un ruolo di mediazione con gli immigrati. Fino alla giornata di ieri, solo le forze di polizia sono salite a bordo. E siccome a pensar male si fa peccato, ma qualche volta ci si azzecca, viene da riflettere sul fatto che, forse, qualcuno voleva mettere il “silenziatore” a questa brutta storia, per permettere alla nave di ripartire in fretta, con buona pace del diritto e della tutela dei minori.Ieri, dopo molte insistenze del Partito Democratico, di associazioni, e di sindacati, uno spiraglio di luce: a tarda sera una delegazione, accompagnata da un avvocato, è salita a bordo e ha potuto accertarsi delle condizioni dei migranti. Tutti hanno formalizzato la richiesta di asilo e stamattina, finalmente, la svolta: i nove ragazzi scendono, toccano terra, camminano sul suolo napoletano, e si dà inizio al percorso di accoglienza previsto dalla legge in attesa di tutti gli accertamenti.

Una lunga settimana, per ottenere quello che dovrebbe essere scontato: il rispetto della legge, i diritti dell’uomo e un po’ di civiltà. Di tutto questo, fino a oggi, nemmeno una riga sui giornali: una notizia negata, ma almeno stavolta, con un quasi lieto fine.

Spartacus: sentenza storica, ora lotta alla camorra vada fino in fondo

16-01-2010 13:09:22

La sentenza in Cassazione al processo Spartacus scrive la parola fine di una vicenda giudiziaria di fondamentale importanza per la Campania e per tutto il Paese.Il maxi-processo Spartacus è il più grande mai giunto in Cassazione, dopo quelli contro Cosa Nostra istruiti dai giudici Falcone e Borsellino: gli ergastoli assegnati ai boss, le 630 udienze, i 126 imputati con 77 capi d’accusa, il sequestro di 410 milioni di euro al clan dei Casalesi, la confisca di diversi beni di camorra, sono le cifre della scia di sangue, violenze, crimini commessi.

Questa sentenza rappresenta una vittoria dei magistrati capaci, delle forze dell’ordine, ma è una vittoria anche di tutti i campani, di tutti gli italiani, a cui hanno contribuito tanti giovani, volontari, , giornalisti e scrittori, che ai Casalesi hanno dato un nome e un volto, che hanno permesso attraverso il racconto, la protesta e l’impegno di rendere nota al mondo la ferocia della camorra, per riscattare e liberare la nostra terra.

Ora è il momento di andare fino in fondo, per arrivare alla cattura dei due boss latitanti Iovine e Zagaria, per spezzare i legami criminali nell’economia, nell’impresa e nella politica. L’impegno per denunciare, per agire nella legalità, per liberare la Campania e l’Italia dalla camorra deve trarre dalla sentenza di oggi nuova linfa e nuovo coraggio.

Caserta- Bari, andata e ritorno

12-01-2010 20:00:11

Ci vediamo in una Caserta addormentata, in un bar appena dopo il casello dell’autostrada per fare il punto sui fatti di Rosarno. Ci sono Mimma e Giampaolo del Centro Sociale Ex Canapificio e Gianluca della Caritas; la lettura dei giornali ci preoccupa, i racconti dei ragazzi che sono riusciti a tornare sani e salvi dall’inferno di Rosarno, ancora di più. Decidiamo di andare a capire cosa succede davvero.
Partiamo di mattina presto, non è ancora giorno, gli occhi faticano un po’ a restare aperti, e mentre Gianpaolo mette in moto, penso che i ragazzi che andiamo ad incontrare in genere a quest’ora sono già partiti da Castel Volturno, e da tempo sono fermi alle rotonde di Quarto, di Giugliano, di Caivano, di Licola, in attesa del “caporale” che passa a prenderli per portarli nei campi, a lavorare. Arriviamo a Bari in anticipo, incontriamo Don Angelo, un sacerdote che ha passato la notte davanti ai cancelli del Centro di Accoglienza per i Richiedenti Asilo, in attesa di notizie. Arriva anche Dario Ginefra, parlamentare del posto che segue con molta attenzione i destini dei ragazzi portati presso i “centri” baresi.
Insieme decidiamo di andare subito al CIE, acronimo antipatico che significa Centro di Identificazione e Espulsione, lì sono stati trasferiti alcuni ragazzi. Don Angelo è preoccupato, pare siano in tanti ad essere stati trasferiti lì, in attesa di essere rimpatriati nei loro Paesi di origine. Riflettiamo ad alta voce sull’assurdità di quanto sta accadendo: questi lavoratori sono stati sfruttati, maltrattati, ridotti in schiavitù da imprenditori italiani rimasti impuniti. Per la legge, in base all’articolo 18 del testo unico, avrebbero diritto al permesso di soggiorno; in un Paese civile avrebbero diritto anche alle scuse delle nostre istituzioni su quanto sono stati costretti a subire. Ma sempre più spesso mi ritrovo a pensare che di civile, nella nostra Italia, ci sta rimanendo ben poco: non è civile, ed è anche profondamente ingiusto, fare la voce grossa con deboli. Con chi ha come unica colpa quella di essere arrivato qui per sfuggire alla guerra e alla disperazione, semplicemente per lavorare, alla ricerca di una vita dignitosa. Me lo dice Gianluca : “Ma ci pensi, che hanno fatto di male questi ragazzi?” Ci penso, e la risposta è niente. Niente.Entriamo al Centro, ci accoglie il dirigente della struttura che ci fa attendere il tempo necessario per ottenere le autorizzazioni dalla Prefettura. Arriva la Vice Prefetto, e ci accomodiamo nella stanza dove gli ospiti seguono i corsi di italiano. Pochi minuti e arrivano anche i ragazzi. Sono nove, di diverse nazionalità, si mettono quasi in fila, per mostrarci i documenti che hanno portato per raccontarci la loro situazione. Aspettano pazienti, parlano uno alla volta, rispettosi anche del nostro inglese. Hanno lo sguardo ferito, ma attento, lucido. Scopriamo che Stephen nel settembre scorso ha partecipato alla sanatoria e che quindi viene trattenuto in maniera illegittima. Mi colpisce la sua compostezza. Fosse successa a me, una cosa del genere, sarei furiosa. Stephen non lo è: si fida del nostro Paese, delle nostre istituzioni e della nostra giustizia con la forza di chi sa di essere dalla parte giusta. Quella forza enorme mi commuove.

I miei amici mi ricordano che è tardi, dobbiamo correre al Cara. Siamo lì in pochi minuti, i moduli dove si trovano gli immigrati si trovano accanto alla pista del vecchio aeroporto, la attraversiamo in macchina, Gianpaolo accelera e simulando la voce del capitano di un jet, ci dice di allacciarci le cinture, ma arriviamo prima di poter giocare a fare i turisti. Il cancello è alto e ci sono tanti militari in divisa a presidiarlo. Dopo aver consegnato i nostri documenti entriamo. E’ora di pranzo, molti mangiano nel capannone ristorante.

Chiacchieriamo con i ragazzi, molti abitano a Castel Volturno, abbracciano Gianluca e Gianpaolo, felici di rivederli. Chiedo di incontrare la dirigente dell’ufficio immigrazione, mi fanno sapere che è molto impegnata e che non può ricevermi. La Vice Prefetto comunque ci fornisce i dati che chiediamo: ci informa che stanno procedendo all’identificazione di tutti gli ospiti, ad ieri quasi la metà dei 324 ragazzi arrivati da Rosarno, non era stata ancora identificata. Moltissimi risultano essere in possesso di permesso di soggiorno e sono già tornati a casa. Insisto per avere i nominativi di quelli rimasti senza riuscirci.

Mentre ritorniamo verso Caserta il telefono dei miei compagni di viaggio continua a squillare chiamano dal Cara di Crotone, dai Centri dove sono stati portati, ma anche dalle loro case, i ragazzi venuti qua in cerca di speranza. Chiedono notizie, informazioni, si preoccupano dei loro connazionali. Chiamano, credo, anche per il desiderio di ascoltare una voce disponibile, attenta. Amica. Ci lasciamo che è notte di nuovo, ci salutiamo in fretta con l’impegno di risentirci in caso di novità. Il telefono squilla stamattina, è Gianpaolo, altri 16 ragazzi sono stati portati nei CIE ieri sera, evidentemente dopo la nostra partenza. Mi viene in mente la fiducia di Stephen nello Stato italiano e mi viene da star male.

 

Politica Differenziata: attività 2009

02-12-2009 18:05:39

 ”Questi otto mesi di attività come responsabile legalità per il Pd sono stati soprattutto una straordinaria occasione per provare a cambiare le cose. Nella mia terra e nel mio Paese. In Parlamento, al fianco delle persone, reti e associazioni che ogni giorno si impegnano con determinazione e coraggio contro le mafie.

Per dire con chiarezza quello che i cittadini si aspettano: trasparenza, fiducia, cambiamento.

C’è moltissimo lavoro da fare, che spetta a tutti noi. A me, che certamente continuerò in ogni modo possibile il mio impegno, a noi, come cittadini italiani. Alla politica, soprattutto, troppo spesso timida e inconcludente nell’affrontare i problemi…”

Scarica qui “Politica Differenziata 2009″

Lo sviluppo comincia dai diritti: anche a Caserta

10-11-2009 18:18:30

p1010088.jpg  Questa è una storia che comincia nel 1995. Una storia, quella del CSA Ex Canapificio di Caserta, di una rete di sostegno e aiuto per i migranti e non solo, attraverso sportelli di assistenza, luoghi di incontro, momenti di socialità.

L’ex canapificio è un luogo particolare: si trova accanto alla Reggia di Caserta, ed è un bene di archeologia industriale; per tutti questi anni è stato lasciato soltanto alle attenzioni affettuose di chi voleva farne un centro vissuto e partecipato. Un presidio di cittadinanza in terra di camorra. Ma le attenzioni affettuose e l’impegno instancabile, purtroppo non bastano: dal tetto entra l’acqua, l’edificio è pericolante , occorre fare dei lavori importanti e si vorrebbe cogliere l’occasione per rendere le strutture dell’ex fabbrica maggiormente adatte alle attività che vengono svolte. Così Mimma e Fabio, i due ragazzi che coraggiosamente animano le attività del Centro, chiedono un finanziamento alla Regione Campania, da ottenere attraverso i Fondi Europei. E accade anche una specie di piccolo miracolo: ll finanziamento per la ristrutturazione viene concesso.
Ma improvvisamente in tanti, politici, cittadini, esperti, istituzioni, si accorgono dell’esistenza del Centro, si comincia a sostenere che forse l’area della Reggia di Caserta dovrebbe essere dedicata al turismo, ospitare centri commerciali, alberghi, magari un parco.
Si alzano numerose voci per un trasferimento dell’associazione, e presto si arriva alla conclusione che il centro per i migranti “spaventerebbe” i turisti e che quindi deve essere spostato. Un’esperienza che ha affrontato in solitudine il degrado e l’abbandono negli ultimi 15 anni, improvvisamente, di fronte a un progetto di riqualificazione, diventa un problema. Come a dire: finché le attività per i migranti si tengono in una struttura decrepita, fatriscente e non utilizzabile per attività di business, tutto sommato va anche bene. Ma quando si ipotizza che la stessa struttura può essere messa a nuovo, allora non va bene più.
Pazzesco, ma emblematico di un certo modo, molto italiano, e moltissimo casertano, di concepire le politiche per l’integrazione. In provincia di Caserta. Le poche esperienze che esistono (mi verrebbe da scrivere resistono) a difesa della legalità e dei diritti, come si evince anche da questa storia, sono nate e cresciute attraverso l’impegno paziente di cittadini lasciati colpevolmente soli nell’affrontare battaglie di civiltà.Ma quello che davvero non capisco è come si possa pensare che in terra di camorra l’economia e il benessere possano esistere senza la cittadinanza, la partecipazione e i diritti di tutti. Anche a Caserta lo sviluppo deve partire dall’integrazione e dai diritti: l’etica libera la bellezza, recitava lo slogan della Giornata contro le mafie di Libera a Napoli. La reggia di Caserta, splendore italiano, patrimonio Unesco, senza un tessuto urbano attorno fatto di socialità e cittadinanza, resterebbe una torre d’avorio circondata dal deserto. Un ex canapificio più bello e più funzionale deve far parte dell’idea di sviluppo che abbiamo per Caserta, che non può certo fare a meno della legalità, dei diritti e dell’integrazione.
 
La conferenza stampa del CSA Ex Canapificio si terrà Mercoledì 11 Novembre alle 11 presso il Centro Sociale, in Viale Ellittico, 27 a Caserta.
 

La “palude” di via Gradoli

04-11-2009 11:55:07

 Un pantano da cui sembra impossibile uscire è quello che, giorno dopo giorno, sta emergendo dai verbali sui fatti di via Gradoli 96.  Un intreccio quasi indecifrabile tra prostituzione, droga, delinquenza, una morte ancora non chiara, in cui spunta anche, e in maniera prepotente, l’ombra dei Casalesi.

Una sorpresa? Non proprio, se si mettono in ordine le tessere di questo puzzle che sembra disegnare il profilo di una vera e propria casa degli orrori. E allora cerchiamo di raccontarla davvero questa storia  fatta di poche verità, molte bugie, e stracolma di omissis. Partiamo dall’inizio: da quando cioè gli investigatori del Ros sono sulle tracce di Antonio Iovine, ò Ninno, uno dei capi indiscussi del clan dei Casalesi; un’informativa dei carabinieri di Caserta rende noto che il latitante avrebbe trovato rifugio nel basso Lazio, dove i Casalesi da anni gestiscono i loro numerosi affari, dal riciclaggio al traffico di droga. Basti pensare al caso di “Fondi”, assunto agli onori della cronaca nazionale per la vergognosa decisione del Governo di non procedere allo scioglimento per infiltrazione mafiosa.  Ed  è curioso notare che le due storie, quella di Marrazzo e degli affari criminali, si incrociano anche qui, a Fondi. Perché Marrazzo ad agosto fa nominare un nuovo direttore del mercato ortofrutticolo, un tecnico in grado di assicurare una gestione pulita, trasparente, sicura e soprattutto lontana dagli affari dei clan.Ed è proprio seguendo gli affari dei Casalesi, e in particolare una pista di narcotraffico, che gli investigatori intercettano uno dei carabinieri poi arrestati e ascoltano la frase: “Dobbiamo vendere il video del Presidente”, da quel momento l’indagine devia. Ma è importante notare che originario del basso Lazio e precisamente di Sperlonga, è Gianguarino Cafassi, detto Rino, il pusher dei trans e confidente dei carabinieri della compagnia Trionfale, poi trovato morto in un albergo della Salaria per “arresto cardiaco”, figura che sempre più va assumendo un ruolo centrale grazie alle dichiarazioni rese ai pm da Natalì, uno dei transessuali coinvolti nell’affair Marrazzo. Il transessuale dichiara che a portare la cocaina nell’appartamento di via Gradoli fu Cafasso prima che i carabinieri facessero irruzione e ricorda che rimase sulla soglia dell’appartamento mentre i carabinieri giravano il video. Su questo punto le versioni si moltiplicano, fino a offrire un quadro confuso e molto contraddittorio, che al momento impedisce di avere certezza su chi davvero ha girato il video. E’invece emerso, con chiarezza che “Rino”aveva avuto un ruolo centrale nella prima parte della trattativa per vendere il video: il suo avvocato Marco Cinquegrana si attiva per organizzare l’incontro con Libero, dopo il quale, però la trattativa viene condotta direttamente dai carabinieri. Perché? E perché lo stesso Cafasso confessa alle croniste di Libero, Fabiana Ferri e Brunella Bolloi, di essere in pericolo e di essere pronto, con tanto di “documenti”, per la fuga. Perché teme per la sua vita? Chi voleva farlo tacere? Il decesso di quest’uomo che sembra essere molto più di un semplice “pusher”sarà oggetto di indagini. Ci sarà molto da approfondire, partendo dalle domande che da qualche tempo ci frullano prepotentemente nella testa: a chi appartengono gli appartamenti affittati ai trans? Chi era veramente Cafasso? Esistevano rapporti di contiguità, di affari, tra lui e i Casalesi?