Più di 400 iscritti, messaggi in bacheca dal contenuto violento, foto che ritraggono persone armate, cognomi più che noti in quel di Casal di Principe, terra d’azione del clan dei Casalesi.
Ho aperto un gruppo anch’io: “Rimuovere il gruppo “Casalesi”" per raccogliere la protesta degli utenti che si sentono feriti e indignati da una tale ostentazione di impunità e di orgoglio camorrista.
Il compito di tutti noi è molto semplice:
1) Andare sulla pagina del gruppo “Casalesi”, cliccare su “Segnala” e inviare agli amministratori di Facebook il messaggio automatico che compare per chiedere l’immediata rimozione della pagina.
L’obiettivo non è solo cancellare il gruppo da Facebook, ma anche quello di spingere la polizia postale a una maggiore vigilanza e prevenzione su come i mafiosi e i camorristi utilizzano il web per comunicare tra di loro.
Basta scorrere i messaggi in bacheca per rendersi conto che in questo caso, come in molti altri che ho denunciato, spazi pubblici e aperti a tutti vengono utilizzati da affiliati e latitanti per comunicare tra di loro, oltre che per una operazione “pubblicitaria”.
Il Ministro Maroni non ha mai risposto a nessuna delle interrogazioni che ho presentato in proposito: credo sia un nostro preciso diritto sapere cosa fanno le forze di polizia in questo nuovo ambito, complesso e fondamentale.
Sappiamo che i criminali utilizzano Skype, perché esente da intercettazioni. Sappiamo che si parlano su You Tube, fra i commenti dei video di cantanti neomelodici. Sappiamo che usano Facebook, dove abbondano i gruppi per questo o quel boss latitante.
Si dovrebbe affrontare la questione evitando azioni mediatiche inutili se non dannose, come quelle che introducono forme più o meno improbabili di censura sul web.
Il punto infatti non è la censura: qualunque azione di controllo “preventivo” non sarebbe accettabile, proprio perché internet si basa sullo scambio di informazioni in tempo reale. Il punto vero è sapere se c’è un’attenzione adeguata, con mezzi adeguati, da parte delle forze di polizia per seguire le tracce dei crimini che corrono sul web.
Ci sono già tre mie interrogazioni parlamentari a cui Maroni potrebbe rispondere, per aiutarci a capire tutto questo:
- una sull’uso di You Tube, Skype e le altre tecnologie Voip da parte dei camorristi
- una sul gruppo Facebook (poi rimosso) in onore del boss Giuseppe Setola (mandante della strage di Castelvolturno)
- infine quella presentata ieri, su quest’ultima bella scoperta del gruppo “Casalesi”.
Arriverà qualche risposta? Oppure dobbiamo accontentarci delle conferenze stampa che celebrano la Polizia Postale, confidando che dietro a ognuna di queste pagine ci sia almeno un onesto servitore dello Stato che identifica criminali e camorristi?
Parole coraggiose, quelle dei vescovi delle terre di frontiera. Dalle colonne di Famiglia Cristiana giunge una riflessione vera, fuori dai non detti e dalle ipocrisie, sul ruolo della Chiesa nella lotta alle mafie. Parole che suscitano la speranza di avere una Chiesa protagonista del cambiamento necessario, che è prima di tutto degli animi, delle coscienze, nei luoghi in cui le mafie esercitano la violenza e il controllo del territorio.Apprezzo davvero quanto sta emergendo nella riflessione in corso tra i vescovi del Mezzogiorno, e sono convinta che se Don Peppe Diana fosse ancora con noi, oggi si sentirebbe sollevato. Sarebbe felice, Don Peppe. Felice di sentire la sua Chiesa schierata in prima fila contro quei criminali che hanno violentato la sua terra, fino quasi a togliergli la voglia di futuro, nel silenzio assordante e qualche volta complice delle istituzioni, dei partiti, degli uomini e donne con responsabilità pubbliche.
Viviamo in un Paese in cui il rispetto delle regole non è richiesto né dovuto a chi governa, nemmeno per partecipare alle elezioni, come dimostrano i fatti degli ultimi giorni.
Ed è per questo che mi piace che si denunci non solo la mancanza di coerenza della politica, il coraggio che manca nell’affrontare a viso aperto le mafie, soprattutto là dove maggiormente sono presenti, ma anche la miopia delle scelte di risparmio sull’educazione, sulla cultura, che contribuiscono a creare terreno fertile per la riproduzione delle cosche.
Apprezzo l’idea di una mobilitazione della Chiesa sul territorio, contro il pizzo, l’usura, la corruzione, per smascherare la leggenda della “mafia devota”: la Chiesa contribuisca con ogni mezzo a fare la sua parte, a fare di più, a pretendere dalla politica risposte adeguate. Lo faccia però prendendo la parola, utilizzando le feste di Paese, le omelie, le occasioni pubbliche per fare cultura, per colmare i silenzi e battere l’omertà. Piuttosto che con uno sciopero elettorale, lo faccia contribuendo a denunciare le mancanze di chi governa, senza sconti per nessuno, con coerenza, fino in fondo.
Ci sia un appello alla partecipazione attiva della cittadinanza, anziché all’astensione, un richiamo ad appropriarci nuovamente della vita pubblica, soprattutto nelle aree di degrado e solitudine.
La Chiesa si faccia promotrice dell’azione, piuttosto che dell’astensione, aiutando le persone a sentirsi meno sole, costringendo la politica a sentirsi sotto il giudizio critico dei cittadini.
Perché, in questa battaglia, le parole contano più del silenzio.
C’è il sole stamattina a Caserta, e la parola fine scritta a 25 anni di storia criminale, nel maxi processo più grande mai giunto in Cassazione, dopo quelli istruiti da Falcone e Borsellino, ha davvero il sapore della giustizia: lo Stato ha regolato i conti con la “vecchia guardia” dei casalesi. In molti parlano di una sentenza pulita, che rende onore allo straordinario impegno dei magistrati e delle forze dell’ordine: il processo di primo grado ha visto 106 imputati con 77 capi d’imputazione, 410 milioni di euro sequestrati, diversi beni requisiti e 630 udienze. La radio mi ripete la bella notizia, e mi viene voglia di vedere i miei amici, quelli che ci sono sempre quando succedono cose importanti.Festeggiamo con cornetto e cappuccino in un bar del corso e discutiamo di come l’impegno per denunciare, per agire nella legalità, per liberare la Campania e l’Italia dalla camorra deve trarre dalla sentenza di oggi nuova linfa e nuovo coraggio. Ci ripetiamo che è il momento di andare fino in fondo, per arrivare alla cattura dei due “reggenti” Iovine e Zagaria, e per spezzare in maniera definiva i legami criminali nell’economia, nell’impresa e nella politica.
Nelle nostra parole c’è una euforia insolita, ci godiamo sollevati il sole di gennaio, e questa vittoria tanto attesa. Prima di andare via sfoglio i quotidiani, scopro che tutti stamattina si occupano di questo fazzoletto di terra: la notizia che i 16 ergastoli ai boss del clan sono stati confermati, e che tutti i ricorsi sono stati respinti ha fatto il giro delle redazioni dei più importanti quotidiani nazionali.
Ne sono felice, perché so che oggi la parte perbene di questa provincia si sente meno sola. Mi viene in mente il lavoro di uno scrittore coraggioso che ai casalesi ha dato un nome e un volto, e che ha permesso attraverso il suo racconto di rendere nota al mondo la loro ferocia. Senza l’impegno di Roberto Saviano tutta questa attenzione non ci sarebbe stata. Ed è a lui che va il mio grazie in una bella giornata, non solo per la Campania, ma per l’intero Paese e le sue istituzioni.
Ci vediamo in una Caserta addormentata, in un bar appena dopo il casello dell’autostrada per fare il punto sui fatti di Rosarno. Ci sono Mimma e Giampaolo del Centro Sociale Ex Canapificio e Gianluca della Caritas; la lettura dei giornali ci preoccupa, i racconti dei ragazzi che sono riusciti a tornare sani e salvi dall’inferno di Rosarno, ancora di più. Decidiamo di andare a capire cosa succede davvero.
Partiamo di mattina presto, non è ancora giorno, gli occhi faticano un po’ a restare aperti, e mentre Gianpaolo mette in moto, penso che i ragazzi che andiamo ad incontrare in genere a quest’ora sono già partiti da Castel Volturno, e da tempo sono fermi alle rotonde di Quarto, di Giugliano, di Caivano, di Licola, in attesa del “caporale” che passa a prenderli per portarli nei campi, a lavorare. Arriviamo a Bari in anticipo, incontriamo Don Angelo, un sacerdote che ha passato la notte davanti ai cancelli del Centro di Accoglienza per i Richiedenti Asilo, in attesa di notizie. Arriva anche Dario Ginefra, parlamentare del posto che segue con molta attenzione i destini dei ragazzi portati presso i “centri” baresi.
Insieme decidiamo di andare subito al CIE, acronimo antipatico che significa Centro di Identificazione e Espulsione, lì sono stati trasferiti alcuni ragazzi. Don Angelo è preoccupato, pare siano in tanti ad essere stati trasferiti lì, in attesa di essere rimpatriati nei loro Paesi di origine. Riflettiamo ad alta voce sull’assurdità di quanto sta accadendo: questi lavoratori sono stati sfruttati, maltrattati, ridotti in schiavitù da imprenditori italiani rimasti impuniti. Per la legge, in base all’articolo 18 del testo unico, avrebbero diritto al permesso di soggiorno; in un Paese civile avrebbero diritto anche alle scuse delle nostre istituzioni su quanto sono stati costretti a subire. Ma sempre più spesso mi ritrovo a pensare che di civile, nella nostra Italia, ci sta rimanendo ben poco: non è civile, ed è anche profondamente ingiusto, fare la voce grossa con deboli. Con chi ha come unica colpa quella di essere arrivato qui per sfuggire alla guerra e alla disperazione, semplicemente per lavorare, alla ricerca di una vita dignitosa. Me lo dice Gianluca : “Ma ci pensi, che hanno fatto di male questi ragazzi?” Ci penso, e la risposta è niente. Niente.Entriamo al Centro, ci accoglie il dirigente della struttura che ci fa attendere il tempo necessario per ottenere le autorizzazioni dalla Prefettura. Arriva la Vice Prefetto, e ci accomodiamo nella stanza dove gli ospiti seguono i corsi di italiano. Pochi minuti e arrivano anche i ragazzi. Sono nove, di diverse nazionalità, si mettono quasi in fila, per mostrarci i documenti che hanno portato per raccontarci la loro situazione. Aspettano pazienti, parlano uno alla volta, rispettosi anche del nostro inglese. Hanno lo sguardo ferito, ma attento, lucido. Scopriamo che Stephen nel settembre scorso ha partecipato alla sanatoria e che quindi viene trattenuto in maniera illegittima. Mi colpisce la sua compostezza. Fosse successa a me, una cosa del genere, sarei furiosa. Stephen non lo è: si fida del nostro Paese, delle nostre istituzioni e della nostra giustizia con la forza di chi sa di essere dalla parte giusta. Quella forza enorme mi commuove.
I miei amici mi ricordano che è tardi, dobbiamo correre al Cara. Siamo lì in pochi minuti, i moduli dove si trovano gli immigrati si trovano accanto alla pista del vecchio aeroporto, la attraversiamo in macchina, Gianpaolo accelera e simulando la voce del capitano di un jet, ci dice di allacciarci le cinture, ma arriviamo prima di poter giocare a fare i turisti. Il cancello è alto e ci sono tanti militari in divisa a presidiarlo. Dopo aver consegnato i nostri documenti entriamo. E’ora di pranzo, molti mangiano nel capannone ristorante.
Chiacchieriamo con i ragazzi, molti abitano a Castel Volturno, abbracciano Gianluca e Gianpaolo, felici di rivederli. Chiedo di incontrare la dirigente dell’ufficio immigrazione, mi fanno sapere che è molto impegnata e che non può ricevermi. La Vice Prefetto comunque ci fornisce i dati che chiediamo: ci informa che stanno procedendo all’identificazione di tutti gli ospiti, ad ieri quasi la metà dei 324 ragazzi arrivati da Rosarno, non era stata ancora identificata. Moltissimi risultano essere in possesso di permesso di soggiorno e sono già tornati a casa. Insisto per avere i nominativi di quelli rimasti senza riuscirci.
Mentre ritorniamo verso Caserta il telefono dei miei compagni di viaggio continua a squillare chiamano dal Cara di Crotone, dai Centri dove sono stati portati, ma anche dalle loro case, i ragazzi venuti qua in cerca di speranza. Chiedono notizie, informazioni, si preoccupano dei loro connazionali. Chiamano, credo, anche per il desiderio di ascoltare una voce disponibile, attenta. Amica. Ci lasciamo che è notte di nuovo, ci salutiamo in fretta con l’impegno di risentirci in caso di novità. Il telefono squilla stamattina, è Gianpaolo, altri 16 ragazzi sono stati portati nei CIE ieri sera, evidentemente dopo la nostra partenza. Mi viene in mente la fiducia di Stephen nello Stato italiano e mi viene da star male.
Vedo scorrere alla tv le immagini di Rosarno, la violenza cieca dei “bianchi”, la paura e poi la rabbia degli immigrati e mi sembra di rivivere quello che è accaduto circa un anno fa a Castel Volturno: dopo la strage dei sei immigrati la comunità africana scese per le strade, urlò la rabbia, la disperazione di chi attraversa il mare per fuggire dalla fame, dalla guerra e si ritrova ucciso dalla camorra senza avere alcuna colpa. Di loro si è detto che erano spacciatori, delinquenti, camorristi. Erano solo immigrati nelle mani del caporalato, che si alzavano alle cinque del mattino per provare a trovare qualche ora di lavoro. Esattamente come accade a Rosarno da fine settembre a metà gennaio, il periodo durante il quale si raccologono le clementine e le arance di Calabria. Le abbiamo ritrovate anche quest’anno sulle nostre tavole grazie al lavoro di queste persone, le stesse persone che si occupano in altri periodi dell’anno della raccolta delle mele a Trento, dei pomodori a Foggia e nel casertano, delle patate a Cassibile. Sono lavoratori, braccianti agricoli che da Castel Volturno, Casal di Principe, Teano, Aversa, Afragola, Pianura, S.Antimo dove hanno casa, si spostano, per seguire la geografia del lavoro stagionale.
Medici Senza Frontiere già nel marzo del 2005 ne ha seguito gli spostamenti, ne ha analizzato le condizioni di vita e ha redatto diversi rapporti nei quali si denuncia la “mancanza di qualsiasi forma di assistenza o tutela, esposizione a maltrattamenti e soprusi, condizioni di salute a dir poco precarie”. Un esercito di uomini e donne sempre più indispensabili per l’agricoltura italiana, che restano “invisibili”, ignorati e privati dei diritti più essenziali, in una sorta di ipocrisia collettiva che coinvolge il Governo, gli enti locali, le associazioni di produttori, i sindacati, le Asl,gli enti di tutela, fino ad arrivare ai consumatori.
Ieri circa 500 di questi lavoratori si sono ritrovati a Caserta, presso il Centro Sociale ex Canapificio, in un’assemblea per discutere di ciò che è accaduto a Rosarno. Tornano a casa con il terrore negli occhi: Sakò, 26 anni richiedente asilo del Burkina Faso è visibilmente provato. E’ appena arrivato a Caserta e stenta a parlare, abbraccia gli altri e dice “ci sparano come fossimo polli. Non so come ho fatto a scappare, sono stato due giorni nascosto su un albero”. Youssuf, ivoriano 25 anni, dopo essere stato medicato in ospedale la sera del 7 è riuscito ad arrivare alla stazione. E’ felice di essere salvo ma non ha ricevuto il salario di tre mesi di lavoro. E Mimma D’Amico, del Centro Sociale ex Canapificio mi chiede: “Come e a chi potrà denunciarlo? E’ uno dei braccianti agricoli senza permesso di soggiorno ignorati dalla regolarizzazione prevista solo per colf e badanti, e come lui ce ne sono a centinaia”. Centinaia di braccianti che non hanno ricevuto il salario di tre mesi di lavoro e che, dopo quello che è successo, non avranno mai quello che gli spetta. Mi faccio un po’ di conti: tre mesi di lavoro non pagati moltiplicati per tutti i lavoratori impiegati, diventa un “risparmio”notevolissimo. Il pensiero che quello che è successo sia “convenuto” a qualcuno diventa una certezza. Mimma mi racconta anche di tante storie di lavoratori aggrediti perché “pretendevano” il salario, picchiati e derubati dai caporali o da gruppi di persone rimasti impuniti. E impuniti, fino ad ora, sono anche quei cittadini di Rosarno, circa cento, che armati di spranghe e pistole hanno dato vita ad una vera e propria caccia al nero. Chi sono queste persone? Per conto di chi hanno agito? Molti sostengono che in quel territorio nulla accade senza l’assenso dei clan Pesce e Bellocco. E ad aumentare il sospetto di un coinvolgimento della ‘ndrangheta c’è la notizia, riportata da alcuni quotidiani, del fermo di un rampollo del clan Bellocco. Fermato perché alla guida di una vettura che ha investito deliberatamente un gruppo di immigrati. Molti episodi, in realtà, lasciano pensare al tentativo di gettare benzina sul fuoco, a cominciare dal fatto che ha scatenato la rivolta:la fucilata sugli immigrati in strada. Chi ha sparato? A Castel Volturno, come abbiamo appreso grazie al lavoro degli inquirenti, fu il gruppo di fuoco guidato da Setola. E a Rosarno? E’ difficile credere alla “ragazzata”in territorio dove le ‘ndrine la loro presenza la fanno sentire eccome. Gli immigrati a questa presenza si sono ribellati ancora una volta. Hanno gridato la loro rabbia e con coraggio hanno detto basta. Tocca alle Istituzioni ora, al Governo e al Ministro Maroni in particolare, fare in modo che non sia più tollerato lo sfruttamento e il lavoro nero. Tocca al nostro Paese, tutto, riappropriarsi di parole come uguaglianza, accoglienza, legalità, lotta al razzismo e lotta alle mafie.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, Ministri, la vicenda in cui è coinvolto l’onorevole Cosentino attiene certamente a profili giudiziari, i profili di cui abbiamo discusso questa mattina e su cui dico subito che la mia posizione è assolutamente conforme a quella espressa dall’onorevole Samperi e dal gruppo del Partito Democratico.
Questa vicenda, però, contiene anche un’altra enorme, gigantesca questione, che è quella cui faceva riferimento poco fa l’onorevole Bossa, una questione tutta politica.
Si tratta di quella che, per l’appunto, riguarda la responsabilità e la qualità della politica e delle istituzioni. Per richiamare in qualche modo la centralità di questa questione vorrei ricordare qui insieme a voi le tante persone per bene che hanno scelto a Caserta e nel Paese di fare la propria parte, le persone che lavorano nelle associazioni, le persone che lavorano nei movimenti contro le mafie, tra gli studenti, tra i familiari delle vittime e che dedicano il loro tempo libero a portare la propria testimonianza tra i giovani. Essi sono nelle cooperative che lavorano le terre confiscate ai boss, tra gli imprenditori e tra i negozianti che hanno denunciato le estorsioni rinunciando per sempre ad una vita normale.
Ognuno di loro sa perfettamente che non basterà il proprio impegno per vincere la battaglia contro le mafie, eppure ci provano lo stesso. Lo fanno per non rassegnarsi a chi dice che tanto mai nulla potrà cambiare. In qualche modo resistono per non abituarsi alla rassegnazione. Ebbene, tutte queste persone, tutti questi cittadini, si aspettano credo di più da noi, si aspettano di più da tutti noi, si aspettano che la lotta alla criminalità diventi per davvero la priorità delle istituzioni, si aspettano che la politica sia pronta per davvero a fare la propria parte, cominciando, per esempio, a fare pulizia al proprio interno.
Non possono essere soltanto i giudici in questo Paese a dare patenti di onestà. Garantismo non può voler dire aspettare dieci anni per avere la prova che una persona ha contrattato con le forze più brutali di questo Paese. Conta l’etica, conta la moralità di ciascuno e di chi rappresenta le istituzioni in maniera credo particolare, perché non è una novità, purtroppo, che nel nostro Paese si parla (e se ne è parlato) di legami tra mafia e politica. Questi legami sono esistiti e purtroppo esistono ancora e si rinnovano quando vengono interrotti perché le mafie scelgono i propri interlocutori in base alle garanzie che pensano di ottenere e che poi drammaticamente e disgraziatamente, come sappiamo, ottengono.
Tutti coloro che hanno indagato sulle mafie, tutti coloro che le hanno osservate, che le hanno studiate, che le hanno raccontate al mondo, tutti i magistrati, tutti i procuratori, tutti i giornalisti, tutti i politici, che hanno addirittura in qualche caso perso la vita per combatterle, ci hanno spiegato e raccontato che le organizzazioni criminali non si cancellano semplicemente con l’azione repressiva, perché il cuore del loro funzionamento è negli affari che conducono in quel confine sottile, sottilissimo, che esiste tra lecito e illecito con l’appoggio, con il consenso, con la collusione e qualche volta semplicemente con il silenzio di chi riveste ruoli di responsabilità nella politica, nelle amministrazioni e nell’economia.
Sono questi i legami che lo Stato deve smascherare e che deve interrompere. La legalità, lo ripetiamo spesso, deve essere una premessa necessaria alla politica, non semplicemente uno dei campi dell’azione. Senza legalità non esiste democrazia: questa è la verità. Infatti, ai diritti si sostituiscono le concessioni e i cittadini diventano semplicemente e banalmente dei sudditi.
È nostro dovere credo garantire la piena trasparenza e l’assoluta credibilità di questo Parlamento e delle istituzioni democratiche perché, se i cittadini si sentono in qualche modo abbandonati da istituzioni che vengono considerate poco credibili o addirittura colluse o, addirittura, corrotte, viene a mancare un patto democratico tra lo Stato e i cittadini stessi che è necessario in qualche modo per chiedere sacrifici, impegno e rispetto per le leggi a quegli stessi cittadini.
Non spetta a noi esprimerci su atti giudiziari. Non spetta a noi esprimerci su procedimenti in corso ovviamente fino a quando la magistratura non concluderà il suo operato. Non spetta a quest’Assemblea meno ancora giudicare il valore delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Tuttavia, colleghi, dobbiamo chiedere a tutti noi semplicemente di mettere in qualche modo davanti ad ogni considerazione il nostro senso dello Stato.
Si tratta cioè di considerare che, di fronte ad alcuni sospetti di una gravità incontestabile, è in qualche modo necessario fare un passo indietro in attesa che vengano sgombrate dal campo tutte quante le ombre. Bisogna aspettare che si faccia piena luce per il bene dello Stato e per l’impegno quotidiano di amministratori capaci e per bene, delle forze di polizia e della magistratura.
Bisognerebbe fare un passo indietro prima che le conseguenze delle voci e dei sospetti siano devastanti, non per questa o quella parte politica - non è questo il punto - ma per il nostro Paese; prima di rimanere senza scuse possibili io credo- di fronte ai nostri cittadini e alla comunità internazionale per giustificare in qualche modo la nostra indifferenza, le nostre mancanze; prima che la conseguenza inevitabile sia la sfiducia generale nei confronti della politica, delle istituzioni e della democrazia.
Potrei qui ricordare che in ogni altro Paese ci si dimette per molto meno. Non lo farò, non perché non sia vero, ma perché siamo nell’Aula che esprime in qualche modo la volontà dei cittadini italiani. Noi rappresentiamo le speranze di cambiamento, le fatiche quotidiane, le sofferenze subite. Abbiamo nelle nostre mani il sacrificio di tutti coloro che, per opporsi o semplicemente per compiere il proprio dovere, sono stati uccisi e ammazzati, ma anche le speranze di quelle ragazze e di quei ragazzi che non hanno scelto dove sono nati, ma vogliono scegliere di restare e di cambiare concretamente attraverso la loro azione quotidiana la loro terra.
Noi dobbiamo dimostrare di essere all’altezza di questi sacrifici e di queste speranze grandi. La politica tutta - io credo - ha il dovere di dire con chiarezza da che parte sta e oggi ha il dovere di testimoniarlo.
Quest’Assemblea questa mattina ha deliberato di non consentire l’arresto dell’onorevole Cosentino, ma credo che anche chi è profondamente garantista sia in grado in qualche modo di distinguere tra senso dello Stato, da un lato, e sfida arrogante alla magistratura, dall’altro.
È per questo che l’onorevole Cosentino avrebbe dovuto fare un passo indietro dai propri incarichi di Governo per consentire di fare piena luce anche per la sua tutela personale, mettendo al riparo il Governo e le istruzioni da qualsiasi ombra.
Non lo ha fatto. Purtroppo non lo ha fatto ed è per questo che oggi il Partito Democratico insieme a tutte le istituzioni si assumeranno la responsabilità che è mancata a lui.
”Questi otto mesi di attività come responsabile legalità per il Pd sono stati soprattutto una straordinaria occasione per provare a cambiare le cose. Nella mia terra e nel mio Paese. In Parlamento, al fianco delle persone, reti e associazioni che ogni giorno si impegnano con determinazione e coraggio contro le mafie.
Per dire con chiarezza quello che i cittadini si aspettano: trasparenza, fiducia, cambiamento.
C’è moltissimo lavoro da fare, che spetta a tutti noi. A me, che certamente continuerò in ogni modo possibile il mio impegno, a noi, come cittadini italiani. Alla politica, soprattutto, troppo spesso timida e inconcludente nell’affrontare i problemi…”
“Strozzerei chi ha scritto La Piovra e i libri sulla mafia che vengono letti in tutto il mondo” non è un’affermazione scandalosa.
E’ un manifesto, un ritratto politico. E’ il “credo” preciso del manager dell’azienda Italia, che deve piazzare il suo prodotto, che guarda allo slogan come all’essenza del suo ruolo. L’Italietta sorridente pizza e mandolino è un prodotto che vende e che ha bisogno di un impegno molto minore per essere smerciata, rispetto all’immagine credibile di un Paese impegnato a vincere le sfide che ha davanti.
Parlare di mafie fa male, Mangano è un eroe, i magistrati perseguono un disegno politico, cercare la verità sui fatti del ’92 è uno spreco di denaro.
“Scordammoce ‘o passato”, “adda passà ‘a nuttata”… Nel mare dei luoghi comuni dell’ottimismo berlusconiano rischia di perdersi l’impegno per la verità, per la giustizia, per la memoria.
Nelle pieghe delle barzellette del Presidente rischia di morire la nostra Costituzione, il diritto degli italiani di vivere in un Paese libero e il diritto di fare inchiesta, di scriverne e di parlarne.
Un Paese nel quale scrivere libri è un fatto negativo, fare indagini è uno spreco, tutto rischia di affondare nella melma, coperta appena da un leggero strato di patina pubblicitaria.
Come la crisi si batte con l’ottimismo, la mafia si sconfigge rimuovendola dal discorso pubblico.
Un Paese ridotto a brand del marketing imprenditoriale non ha bisogno di scrittori, né di cultura. Non ha bisogno di giudici, né di giustizia. Resta solo il racconto del venditore di fumo, che incanta gli spettatori.
Se per qualcuno l’etica libera la bellezza, la cultura batte l’ignoranza, la memoria costruisce il futuro, per qualcun altro basta un sorriso e una battuta perché tutto cambi restando uguale.
Il perfetto brodo di “cultura”delle mafie l’ha servito in tavola il Presidente del Consiglio.
Dopo mesi e mesi di proteste, la maggioranza aveva promesso di trovare i soldi necessari per fronteggiare l’emergenza in cui si trovano le forze dell’ordine. Come è noto, manca praticamente tutto a chi ogni giorno rischia in prima persona per garantire al Paese sicurezza: benzina per le volanti, toner delle stampanti, turn over del personale, persino il materiale da cancelleria. Tutto.
E come si pensa di trovarli questi soldi utili, necessari e urgenti? Facendo cassa con la vendita dei beni confiscati alle mafie. Sembra uno scherzo di cattivo gusto, invece, è l’ennesima, tragica, follia di questo governo.Un clamoroso passo indietro: una legge ottenuta a partire dalle importanti intuizioni di Pio La Torre e portata avanti grazie alla raccolta firme che nel 1996 coinvolse un milione di cittadini, oggi rischia di essere spazzata via.Al 30 giugno 2009 i beni immobili confiscati alla criminalità organizzata (dal 1982 quando entra in vigore la legge Rognoni - La Torre) sono 8933. Di questi, 5407 sono stati destinati allo Stato o ai Comuni per finalità istituzionali e/o sociali, 313 sono usciti dalla gestione del Demanio per vari motivi (tra cui revoca della confisca,esecuzione immobiliare, espropriazione….), mentre 3213 sono ancora quelli da destinare. Le lungaggini burocratiche nell’assegnazione non possono però mettere in discussione questa legge, ma al contrario, devono spingerci a migliorarla per aumentarne l’efficacia.Il sequestro, infatti, colpisce le mafie nel settore che più conta per loro, quello delle ricchezze e del giro di denaro. Assegnare a scopo sociale questi beni ha permesso la nascita e la crescita delle migliori esperienze di associazioni e movimenti antimafia, che hanno saputo trasformare quelli che prima erano luoghi di sofferenza, di privazione, in presidi di legalità, di cittadinanza e solidarietà. Da “beni mostri a beni nostri”, come ama ripetere Don Tonino Palmese, responsabile regionale di Libera Campania, che si batte ventiquattro ore al giorno, per restituire dignità e trasparenza alla nostra terra.L’assurdità dell’articolo della Finanziaria è evidente: per dare soldi alla sicurezza si rivendono beni confiscati, con il rischio concreto che ad acquistarli nuovamente siano proprio i criminali che, come è noto, non hanno problemi di liquidità.E’ già accaduto, infatti, che attraverso prestanome i criminali si presentino agli enti locali per chiedere l’assegnazione dei beni, ed è utile ricordare che in alcuni Comuni, tra le motivazioni inserite nel decreto di scioglimento, compare esattamente questa. Tra non molto la finanziaria arriverà alla Camera: chiediamo alla maggioranza di ripensarci, di rivedere questa proposta assurda, e di difendere con i beni confiscati, la memoria di Pio La Torre ele tante esperienze di impegno volontario e appassionato che in questi anni hanno aiutato il nostro Paese a essere migliore.
Per chi vive la politica come impegno e passione civile, per chi negli anni ha letto,studiato e seguito le vicende che più di tutte hanno segnato la storia recente del nostro Paese, la verità sulle stragi di mafia e i fatti del ’92 è una questione irrinunciabile.Andando indietro nel tempo per cercare le risposte al presente si finisce sempre con le stesse domande, bloccate tra due tragiche date: il 23 maggio e il 19 luglio 1992.Per capire perché il nostro Paese ha saputo sconfiggere il fascismo, il terrorismo e non le mafie bisogna guardare a quel maledetto 1992. Un anno in cui la guerra dello Stato alla mafia ha raggiunto il punto più alto e anche la conclusione più tragica, con gli attentati che a breve distanza uccisero Falcone e Borsellino.
Quello che sta accadendo in questi giorni lascia sbalorditi: una sequenza di dichiarazioni, una cascata di allusioni, rivelazioni, confessioni, fatte prima a mezzo stampa che presso le procure, che lasciano la sensazione che sì, qualcosa si sta muovendo, ma non è ben chiaro cosa.
Non è chiaro, per esempio, che cosa stia provocando l’improvvisa ondata di informazioni rilasciate da Ciancimino jr; che cosa porti i personaggi chiave di quella storia a rivelare fatti prima ignoti, a rilasciare interviste troppo spesso oscure per chi, leggendo, spera di trovare finalmente le risposte.
Vogliamo sapere se c’è stata o meno una trattativa. Oggi tutti dicono di sì: c’è stata, o forse, è stato un tentativo di qualcuno, Paolo sapeva, tutti sapevano, qualcuno sapeva.
Sapere se e chi, come e quando esponenti dello Stato hanno deciso di aprire la trattativa, non è indifferente. Non è indifferente per sapere finalmente come sia potuto succedere che l’obiettivo n. 1 dopo Falcone, Paolo Borsellino, sia rimasto vittima di un attentato senza che fosse possibile proteggerlo. Non è indifferente per capire come mai e in che contesto, poi, le stragi di mafia siano cessate.
In che Paese viviamo? Questa è la domanda a cui questa verità tanto attesa potrebbe dare una risposta. La giustizia, sicuramente, farà il suo (lento) corso: approfondirà le dichiarazioni e i fatti emersi, stabilirà speriamo qualcosa di definitivo.
Ma nel frattempo sarebbe opportuno che qualcuno ci dicesse qual è stato il ruolo delle istituzioni o di uomini delle istituzioni.Prima della giustizia, dovrebbe arrivare la politica a fare dei distinguo, a porre sul banco nomi e cognomi di chi parlava, di chi sapeva, di chi trattava.
Il Ministro degli Interni dovrebbe esprimersi, riferire in sede istituzionale, toglierci dei dubbi, subito. Le ipotesi non sono più tollerabili, ora deve essere il momento della verità.