Cara Giorgia,
non ti scrivo per tornare in maniera polemica sulle cose dette e non dette in questi giorni. Credimi: non voglio strumentalizzare, non intendo fare propaganda. Non su un tema così delicato, così importante, che racconta della storia e del futuro del nostro Paese. Voglio invece utilizzare tutta la sincerità di cui sono capace per cercare un confronto autentico, vero.
E allora comincio confessandoti che mi ha colpito, e molto, la freddezza con cui i giovani di An hanno risposto alle parole coraggiose del Presidente della Camera. E ancora di più mi ha colpito il tuo silenzio, e a lungo mi sono interrogata sulla ragione che ti spingeva a non commentare, a non prendere una posizione aperta e netta.
Non puoi Giorgia, non tu.
Per l’onestà intellettuale che so ti contraddistingue e perché sei il Ministro dei giovani italiani, di quelli che navigano su internet e aprono il loro blog, di quelli che scrivono liberamente ciò che pensano anche se per qualcun altro è una sciocchezza (come secondo me quel che ha scritto Iadicicco) e che possono farlo perché qualcuno, nemmeno tantissimi anni fa, si è battuto anche per loro.
Per la loro libertà, contro una dittatura orribile che, come giustamente ricordava ieri Gramellini sulla “Stampa”, “ancor prima di legarsi al carro nazista ammazzò Matteotti e i fratelli Rosselli e asfaltò la democrazia parlamentare”.
Da noi, in questo Paese, quella dittatura ha un nome preciso: si chiama fascismo.
Per questo sono democratica e antifascista. Per questo la democrazia italiana, che affonda la sue radici nei principi della Costituzione, si fonda sull’antifascismo. E ancora per questo la memoria di questo nostro Paese non può essere distorta o storpiata, nemmeno in nome dell’odio di una minoranza, nemmeno in nome del ricordo di un amico ucciso da fanatici, perché le atrocità degli altri non giustificano mai le proprie.
La comprensione della possibile buona fede di un ragazzo che combatteva dalla parte sbagliata, la pietas con cui guardare alle vittime di quella che fu anche (e sottolineo anche) una guerra civile, non può in nessun modo portare a confondere torti e ragioni, non può far dimenticare, e dovrebbe anzi far ribadire a tutti, che una sola era la parte giusta: quella che scelse la libertà e la democrazia.
Negare questo vorrebbe dire rischiare di mettere in discussione, magari in modo implicito ma non per questo meno pericoloso, la libertà di oggi e di domani; vorrebbe dire lasciare che un’ombra si addensi, fino a coprirlo, sul nostro futuro, su quello delle generazioni che verranno.
Io credo, proprio per questo, che sia superficiale e alla fine profondamente sbagliato liquidare questa discussione, come ha fatto recentemente il Presidente del Consiglio, come una cosa che riguarda solo il passato e per questo inutile, perché i problemi veri sono altri. Un uomo di Stato non può, non deve, assecondare la tendenza a vivere in un presente bulimico ed “eterno”, con la storia che sbiadisce e il presente che non garantisce più quel senso di identità e di appartenenza senza il quale una comunità, vorrei dire una nazione, non è davvero tale.
Noi abbiamo il dovere di ricordare. Di sapere, di distinguere, e di ricordare. Non in nome del passato, ma per conto del nostro futuro. Perché solo così, conoscendo ciò che è stato e sapendo ciò che siamo, potremo tessere insieme, nella legittima e preziosa differenza dei nostri convincimenti e delle nostre posizioni politiche, il tessuto di quei valori profondi e condivisi che rendono forte una democrazia.