Posts Tagged ‘antirazzismo’

Caserta- Bari, andata e ritorno

12-01-2010 20:00:11

Ci vediamo in una Caserta addormentata, in un bar appena dopo il casello dell’autostrada per fare il punto sui fatti di Rosarno. Ci sono Mimma e Giampaolo del Centro Sociale Ex Canapificio e Gianluca della Caritas; la lettura dei giornali ci preoccupa, i racconti dei ragazzi che sono riusciti a tornare sani e salvi dall’inferno di Rosarno, ancora di più. Decidiamo di andare a capire cosa succede davvero.
Partiamo di mattina presto, non è ancora giorno, gli occhi faticano un po’ a restare aperti, e mentre Gianpaolo mette in moto, penso che i ragazzi che andiamo ad incontrare in genere a quest’ora sono già partiti da Castel Volturno, e da tempo sono fermi alle rotonde di Quarto, di Giugliano, di Caivano, di Licola, in attesa del “caporale” che passa a prenderli per portarli nei campi, a lavorare. Arriviamo a Bari in anticipo, incontriamo Don Angelo, un sacerdote che ha passato la notte davanti ai cancelli del Centro di Accoglienza per i Richiedenti Asilo, in attesa di notizie. Arriva anche Dario Ginefra, parlamentare del posto che segue con molta attenzione i destini dei ragazzi portati presso i “centri” baresi.
Insieme decidiamo di andare subito al CIE, acronimo antipatico che significa Centro di Identificazione e Espulsione, lì sono stati trasferiti alcuni ragazzi. Don Angelo è preoccupato, pare siano in tanti ad essere stati trasferiti lì, in attesa di essere rimpatriati nei loro Paesi di origine. Riflettiamo ad alta voce sull’assurdità di quanto sta accadendo: questi lavoratori sono stati sfruttati, maltrattati, ridotti in schiavitù da imprenditori italiani rimasti impuniti. Per la legge, in base all’articolo 18 del testo unico, avrebbero diritto al permesso di soggiorno; in un Paese civile avrebbero diritto anche alle scuse delle nostre istituzioni su quanto sono stati costretti a subire. Ma sempre più spesso mi ritrovo a pensare che di civile, nella nostra Italia, ci sta rimanendo ben poco: non è civile, ed è anche profondamente ingiusto, fare la voce grossa con deboli. Con chi ha come unica colpa quella di essere arrivato qui per sfuggire alla guerra e alla disperazione, semplicemente per lavorare, alla ricerca di una vita dignitosa. Me lo dice Gianluca : “Ma ci pensi, che hanno fatto di male questi ragazzi?” Ci penso, e la risposta è niente. Niente.Entriamo al Centro, ci accoglie il dirigente della struttura che ci fa attendere il tempo necessario per ottenere le autorizzazioni dalla Prefettura. Arriva la Vice Prefetto, e ci accomodiamo nella stanza dove gli ospiti seguono i corsi di italiano. Pochi minuti e arrivano anche i ragazzi. Sono nove, di diverse nazionalità, si mettono quasi in fila, per mostrarci i documenti che hanno portato per raccontarci la loro situazione. Aspettano pazienti, parlano uno alla volta, rispettosi anche del nostro inglese. Hanno lo sguardo ferito, ma attento, lucido. Scopriamo che Stephen nel settembre scorso ha partecipato alla sanatoria e che quindi viene trattenuto in maniera illegittima. Mi colpisce la sua compostezza. Fosse successa a me, una cosa del genere, sarei furiosa. Stephen non lo è: si fida del nostro Paese, delle nostre istituzioni e della nostra giustizia con la forza di chi sa di essere dalla parte giusta. Quella forza enorme mi commuove.

I miei amici mi ricordano che è tardi, dobbiamo correre al Cara. Siamo lì in pochi minuti, i moduli dove si trovano gli immigrati si trovano accanto alla pista del vecchio aeroporto, la attraversiamo in macchina, Gianpaolo accelera e simulando la voce del capitano di un jet, ci dice di allacciarci le cinture, ma arriviamo prima di poter giocare a fare i turisti. Il cancello è alto e ci sono tanti militari in divisa a presidiarlo. Dopo aver consegnato i nostri documenti entriamo. E’ora di pranzo, molti mangiano nel capannone ristorante.

Chiacchieriamo con i ragazzi, molti abitano a Castel Volturno, abbracciano Gianluca e Gianpaolo, felici di rivederli. Chiedo di incontrare la dirigente dell’ufficio immigrazione, mi fanno sapere che è molto impegnata e che non può ricevermi. La Vice Prefetto comunque ci fornisce i dati che chiediamo: ci informa che stanno procedendo all’identificazione di tutti gli ospiti, ad ieri quasi la metà dei 324 ragazzi arrivati da Rosarno, non era stata ancora identificata. Moltissimi risultano essere in possesso di permesso di soggiorno e sono già tornati a casa. Insisto per avere i nominativi di quelli rimasti senza riuscirci.

Mentre ritorniamo verso Caserta il telefono dei miei compagni di viaggio continua a squillare chiamano dal Cara di Crotone, dai Centri dove sono stati portati, ma anche dalle loro case, i ragazzi venuti qua in cerca di speranza. Chiedono notizie, informazioni, si preoccupano dei loro connazionali. Chiamano, credo, anche per il desiderio di ascoltare una voce disponibile, attenta. Amica. Ci lasciamo che è notte di nuovo, ci salutiamo in fretta con l’impegno di risentirci in caso di novità. Il telefono squilla stamattina, è Gianpaolo, altri 16 ragazzi sono stati portati nei CIE ieri sera, evidentemente dopo la nostra partenza. Mi viene in mente la fiducia di Stephen nello Stato italiano e mi viene da star male.

 

Da Rosarno a Castel Volturno, si ritorna a casa.

11-01-2010 10:46:09

p1010088.jpgVedo scorrere alla tv le immagini di Rosarno, la violenza cieca dei “bianchi”, la paura e poi la rabbia degli immigrati e mi sembra di rivivere quello che è accaduto circa un anno fa a Castel Volturno: dopo la strage dei sei immigrati la comunità africana scese per le strade, urlò la rabbia, la disperazione di chi attraversa il mare per fuggire dalla fame, dalla guerra e si ritrova ucciso dalla camorra senza avere alcuna colpa. Di loro si è detto che erano spacciatori, delinquenti, camorristi. Erano solo immigrati nelle mani del caporalato, che si alzavano alle cinque del mattino per provare a trovare qualche ora di lavoro. Esattamente come accade a Rosarno da fine settembre a metà gennaio, il periodo durante il quale si raccologono le clementine e le arance di Calabria. Le abbiamo ritrovate anche quest’anno sulle nostre tavole grazie al lavoro di queste persone, le stesse persone che si occupano in altri periodi dell’anno della raccolta delle mele a Trento, dei pomodori a Foggia e nel casertano, delle patate a Cassibile. Sono lavoratori, braccianti agricoli che da Castel Volturno, Casal di Principe, Teano, Aversa, Afragola, Pianura, S.Antimo dove hanno casa, si spostano, per seguire la geografia del lavoro stagionale.

Medici Senza Frontiere già nel marzo del 2005 ne ha seguito gli spostamenti, ne ha analizzato le condizioni di vita e ha redatto diversi rapporti nei quali si denuncia la “mancanza di qualsiasi forma di assistenza o tutela, esposizione a maltrattamenti e soprusi, condizioni di salute a dir poco precarie”. Un esercito di uomini e donne sempre più indispensabili per l’agricoltura italiana, che restano “invisibili”, ignorati e privati dei diritti più essenziali, in una sorta di ipocrisia collettiva che coinvolge il Governo, gli enti locali, le associazioni di produttori, i sindacati, le Asl,gli enti di tutela, fino ad arrivare ai consumatori.

Ieri circa 500 di questi lavoratori si sono ritrovati a Caserta, presso il Centro Sociale ex Canapificio, in un’assemblea per discutere di ciò che è accaduto a Rosarno. Tornano a casa con il terrore negli occhi: Sakò, 26 anni richiedente asilo del Burkina Faso è visibilmente provato. E’ appena arrivato a Caserta e stenta a parlare, abbraccia gli altri e dice “ci sparano come fossimo polli. Non so come ho fatto a scappare, sono stato due giorni nascosto su un albero”. Youssuf, ivoriano 25 anni, dopo essere stato medicato in ospedale la sera del 7 è riuscito ad arrivare alla stazione. E’ felice di essere salvo ma non ha ricevuto il salario di tre mesi di lavoro. E Mimma D’Amico, del Centro Sociale ex Canapificio mi chiede: “Come e a chi potrà denunciarlo? E’ uno dei braccianti agricoli senza permesso di soggiorno ignorati dalla regolarizzazione prevista solo per colf e badanti, e come lui ce ne sono a centinaia”. Centinaia di braccianti che non hanno ricevuto il salario di tre mesi di lavoro e che, dopo quello che è successo, non avranno mai quello che gli spetta. Mi faccio un po’ di conti: tre mesi di lavoro non pagati moltiplicati per tutti i lavoratori impiegati, diventa un “risparmio”notevolissimo. Il pensiero che quello che è successo sia “convenuto” a qualcuno diventa una certezza. Mimma mi racconta anche di tante storie di lavoratori aggrediti perché “pretendevano” il salario, picchiati e derubati dai caporali o da gruppi di persone rimasti impuniti. E impuniti, fino ad ora, sono anche quei cittadini di Rosarno, circa cento, che armati di spranghe e pistole hanno dato vita ad una vera e propria caccia al nero. Chi sono queste persone? Per conto di chi hanno agito? Molti sostengono che in quel territorio nulla accade senza l’assenso dei clan Pesce e Bellocco. E ad aumentare il sospetto di un coinvolgimento della ‘ndrangheta c’è la notizia, riportata da alcuni quotidiani, del fermo di un rampollo del clan Bellocco. Fermato perché alla guida di una vettura che ha investito deliberatamente un gruppo di immigrati. Molti episodi, in realtà, lasciano pensare al tentativo di gettare benzina sul fuoco, a cominciare dal fatto che ha scatenato la rivolta:la fucilata sugli immigrati in strada. Chi ha sparato? A Castel Volturno, come abbiamo appreso grazie al lavoro degli inquirenti, fu il gruppo di fuoco guidato da Setola. E a Rosarno? E’ difficile credere alla “ragazzata”in territorio dove le ‘ndrine la loro presenza la fanno sentire eccome. Gli immigrati a questa presenza si sono ribellati ancora una volta. Hanno gridato la loro rabbia e con coraggio hanno detto basta. Tocca alle Istituzioni ora, al Governo e al Ministro Maroni in particolare, fare in modo che non sia più tollerato lo sfruttamento e il lavoro nero. Tocca al nostro Paese, tutto, riappropriarsi di parole come uguaglianza, accoglienza, legalità, lotta al razzismo e lotta alle mafie.

Il Governo della Paura

03-07-2009 14:18:05

 

 

 

 

 

  

Come scrive Adriano Sofri su Repubblica, ci siamo svegliati stamattina in un Paese più cattivo.

Un Paese che rinuncia a sperare, che si rifugia nella paura e si accanisce sugli ultimi, sui deboli.

  

Viviamo in un Paese più sospettoso: molti stranieri rinunceranno a registrare un figlio all’anagrafe, a una visita medica, a un matrimonio, per la paura di essere denunciati; qualcuno guarderà il proprio vicino di casa, il proprio compagno di scuola, il negoziante della strada, sentendosi autorizzato dalla legge a considerarlo un criminale.

 

Viviamo da oggi in un Paese più ipocrita: perché la nostra economia continuerà a poggiare sul lavoro degli stranieri, spesso sfruttato, in nero, privo di tutele e a rischio della vita. Le nostre famiglie continueranno ad affidare i propri cari alle cure di donne straniere.

I clandestini continueranno a esistere, anzi, sarà più difficile metterli in regola.

 

Viviamo da stamattina in un Paese più pericoloso: perché non è una buona notizia che alcuni partiti della destra e dell’estrema destra abbiano pronte migliaia di volontari per fare le ronde. E chissà in terra di mafia, come verranno organizzate!

 

Quante bugie! Il Ministro Maroni almeno non ci dica che abbiamo votato contro le norme antimafia: se per una volta la maggioranza evitasse la fiducia, si potrebbe discutere in Parlamento. Invece no, qui ci pensa il Governo: il Governo della Paura.

 

L’immagine è stata presa in prestito qui.

Castel Volturno, cuore d’Africa: corteo antirazzista contro la camorra

21-04-2009 16:33:53

Può capitare anche questo, nella mia Terra: partecipare a un lungo, lunghissimo corteo di oltre diecimila persone, in quel paesone che è Castel Volturno, marciare fianco a fianco con migliaia di uomini e donne in grande maggioranza africani.

Sentirsi per qualche minuto spaesati: non capire come mai sembra di essere in un posto lontano e invece siamo proprio qui, in Campania, in provincia di Caserta, dove le città crescono disordinate e veloci e dove a volte si ricostruisce in pochi anni un pezzo d’Africa.

Oggi, a fronte di una popolazione locale di 15.000 abitanti, a Castel Volturno ci sono 20.000 immigrati.
E chissà cosa hanno pensato, quando sono arrivati qui; chissà che mezzi avevano, che sogni custodivano mentre attraversavano il mare. Di fronte a immagini come quelle della Pinar, non si può sfuggire a interrogativi come questi.
Nessuno di loro, credo, avrebbe mai immaginato di promuovere il primo corteo anticamorra della storia di Castel Volturno.

Era il Settembre del 2008 ma per loro è stato appena ieri, quando sei uomini africani e un italiano sono rimasti a terra, uccisi dalla Camorra senza avere alcuna colpa. Si è detto che erano spacciatori, delinquenti, camorristi. Erano solo immigrati nelle mani del caporalato, che si alzavano la mattina alle cinque per provare a trovare qualche ora di lavoro.

Questi uomini e queste donne hanno deciso di non dimenticare e di impegnarsi in questa terra difficile, prima di tutto contro il razzismo e la camorra.
E così sabato sono stata in mezzo a loro in un bellissimo corteo, ad ascoltare le loro voci riappropriarsi con coraggio di parole come sicurezza, lotta al razzismo, uguaglianza.

Chiedono diritti e vogliono firmare con la cittadinanza un patto di solidarietà. Nel frattempo, proprio per solidarietà, raccolgono fondi per i terremotati d’Abruzzo.
Il cammino per battere il razzismo, i pregiudizi e le discriminazioni, per dare sicurezza a tutti in questo Paese, è ancora molto lungo. Io sono felice di aver fatto con loro questi primi 5 km.

L’immagine è stata presa in prestito qui.

L’internazionale dei razzisti

13-10-2008 15:14:35

“Le scene a cui abbiamo assistito ieri sera sono inquietanti. Svastiche e braccia tese al seguito della nazionale, scontri dentro e fuori lo stadio animati da estremisti nazifascisti italiani e bulgari: uno scenario veramente preoccupante.”

Questa la dichiarazione di Pina, che continua così:

“Ieri sera abbiamo avuto la chiara evidenza che non si tratta solo della presenza di frange o di gruppuscoli politicizzati ma che il tifo calcistico, per sue peculiarità, presenta in maniera lampante dinamiche in atto nella nostra società.
Ci troviamo di fronte ad una internazionale nera degli ultrà, un fenomeno davanti al quale non si può fare finta di nulla, e che richiede interventi decisi a cominciare dal divieto di accesso agli stadi.

Qui non si parla di singoli tifosi ma di persone e gruppi organizzati che sfruttano il calcio per dar sfogo alla violenza politica e xenofoba che anima i loro atti. Ci pensi il ministro Maroni quando dice che l’emergenza razzismo non esiste: i segnali ci sono tutti, non si faccia finta di nulla. Il problema supera i confini nazionali e richiede una risposta corale a livello europeo: è risaputo che le crisi economiche sono brodo di coltura per le forme più accese di nazionalismo e xenofobia.”

L’immagine è stata presa in prestito qui.