Più di 400 iscritti, messaggi in bacheca dal contenuto violento, foto che ritraggono persone armate, cognomi più che noti in quel di Casal di Principe, terra d’azione del clan dei Casalesi.
Ho aperto un gruppo anch’io: “Rimuovere il gruppo “Casalesi”" per raccogliere la protesta degli utenti che si sentono feriti e indignati da una tale ostentazione di impunità e di orgoglio camorrista.
Il compito di tutti noi è molto semplice:
1) Andare sulla pagina del gruppo “Casalesi”, cliccare su “Segnala” e inviare agli amministratori di Facebook il messaggio automatico che compare per chiedere l’immediata rimozione della pagina.
L’obiettivo non è solo cancellare il gruppo da Facebook, ma anche quello di spingere la polizia postale a una maggiore vigilanza e prevenzione su come i mafiosi e i camorristi utilizzano il web per comunicare tra di loro.
Basta scorrere i messaggi in bacheca per rendersi conto che in questo caso, come in molti altri che ho denunciato, spazi pubblici e aperti a tutti vengono utilizzati da affiliati e latitanti per comunicare tra di loro, oltre che per una operazione “pubblicitaria”.
Il Ministro Maroni non ha mai risposto a nessuna delle interrogazioni che ho presentato in proposito: credo sia un nostro preciso diritto sapere cosa fanno le forze di polizia in questo nuovo ambito, complesso e fondamentale.
Sappiamo che i criminali utilizzano Skype, perché esente da intercettazioni. Sappiamo che si parlano su You Tube, fra i commenti dei video di cantanti neomelodici. Sappiamo che usano Facebook, dove abbondano i gruppi per questo o quel boss latitante.
Si dovrebbe affrontare la questione evitando azioni mediatiche inutili se non dannose, come quelle che introducono forme più o meno improbabili di censura sul web.
Il punto infatti non è la censura: qualunque azione di controllo “preventivo” non sarebbe accettabile, proprio perché internet si basa sullo scambio di informazioni in tempo reale. Il punto vero è sapere se c’è un’attenzione adeguata, con mezzi adeguati, da parte delle forze di polizia per seguire le tracce dei crimini che corrono sul web.
Ci sono già tre mie interrogazioni parlamentari a cui Maroni potrebbe rispondere, per aiutarci a capire tutto questo:
- una sull’uso di You Tube, Skype e le altre tecnologie Voip da parte dei camorristi
- una sul gruppo Facebook (poi rimosso) in onore del boss Giuseppe Setola (mandante della strage di Castelvolturno)
- infine quella presentata ieri, su quest’ultima bella scoperta del gruppo “Casalesi”.
Arriverà qualche risposta? Oppure dobbiamo accontentarci delle conferenze stampa che celebrano la Polizia Postale, confidando che dietro a ognuna di queste pagine ci sia almeno un onesto servitore dello Stato che identifica criminali e camorristi?
Una settimana rinchiusi su una nave nel porto di Napoli: è successo a nove persone, di cui cinque dichiaratesi minori, arrivate nel nostro Paese a bordo della “Vera D”, che ha toccato terra il 7 Aprile scorso.Per giorni non è stata resa nota la notizia. Non un comunicato, una conferenza stampa, una comunicazione alle associazioni campane che si occupano di accoglienza ai migranti. Nulla. Solo la protesta dei portuali, per l’improvviso trambusto causato dai controlli di polizia, ha permesso, l’11 Aprile, di far emergere la verità: sulla “Vera D” erano presenti nove immigrati. Nove ragazzi africani che la polizia portuale non voleva far scendere, ma che nessuno poteva nemmeno respingere prima degli accertamenti previsti dalla legge nazionale e internazionale sulle condizioni di salute, la presenza di richiedenti asilo o di minori di 18 anni.La Questura ha affermato di aver emesso un decreto di respingimento, e anche questo rimane un mistero insondabile, perché i ragazzi riferiscono di non aver ricevuto alcuna notifica.Ed è singolare davvero che nessuna associazione, tra le tante presenti sul territorio campano,sia stata coinvolta per fornire assistenza o per svolgere un ruolo di mediazione con gli immigrati. Fino alla giornata di ieri, solo le forze di polizia sono salite a bordo. E siccome a pensar male si fa peccato, ma qualche volta ci si azzecca, viene da riflettere sul fatto che, forse, qualcuno voleva mettere il “silenziatore” a questa brutta storia, per permettere alla nave di ripartire in fretta, con buona pace del diritto e della tutela dei minori.Ieri, dopo molte insistenze del Partito Democratico, di associazioni, e di sindacati, uno spiraglio di luce: a tarda sera una delegazione, accompagnata da un avvocato, è salita a bordo e ha potuto accertarsi delle condizioni dei migranti. Tutti hanno formalizzato la richiesta di asilo e stamattina, finalmente, la svolta: i nove ragazzi scendono, toccano terra, camminano sul suolo napoletano, e si dà inizio al percorso di accoglienza previsto dalla legge in attesa di tutti gli accertamenti.
Una lunga settimana, per ottenere quello che dovrebbe essere scontato: il rispetto della legge, i diritti dell’uomo e un po’ di civiltà. Di tutto questo, fino a oggi, nemmeno una riga sui giornali: una notizia negata, ma almeno stavolta, con un quasi lieto fine.
Mi hanno mandato su Facebook questa foto scattata oggi ad Aversa: spiega meglio di tante parole i presunti miracoli del “Governo del Fare”.
Un mio manifesto della campagna elettorale del 2008 è scampato alle affissioni per le regionali: di “Politica Differenziata”, nella mia terra, ce n’è proprio bisogno…
Parole coraggiose, quelle dei vescovi delle terre di frontiera. Dalle colonne di Famiglia Cristiana giunge una riflessione vera, fuori dai non detti e dalle ipocrisie, sul ruolo della Chiesa nella lotta alle mafie. Parole che suscitano la speranza di avere una Chiesa protagonista del cambiamento necessario, che è prima di tutto degli animi, delle coscienze, nei luoghi in cui le mafie esercitano la violenza e il controllo del territorio.Apprezzo davvero quanto sta emergendo nella riflessione in corso tra i vescovi del Mezzogiorno, e sono convinta che se Don Peppe Diana fosse ancora con noi, oggi si sentirebbe sollevato. Sarebbe felice, Don Peppe. Felice di sentire la sua Chiesa schierata in prima fila contro quei criminali che hanno violentato la sua terra, fino quasi a togliergli la voglia di futuro, nel silenzio assordante e qualche volta complice delle istituzioni, dei partiti, degli uomini e donne con responsabilità pubbliche.
Viviamo in un Paese in cui il rispetto delle regole non è richiesto né dovuto a chi governa, nemmeno per partecipare alle elezioni, come dimostrano i fatti degli ultimi giorni.
Ed è per questo che mi piace che si denunci non solo la mancanza di coerenza della politica, il coraggio che manca nell’affrontare a viso aperto le mafie, soprattutto là dove maggiormente sono presenti, ma anche la miopia delle scelte di risparmio sull’educazione, sulla cultura, che contribuiscono a creare terreno fertile per la riproduzione delle cosche.
Apprezzo l’idea di una mobilitazione della Chiesa sul territorio, contro il pizzo, l’usura, la corruzione, per smascherare la leggenda della “mafia devota”: la Chiesa contribuisca con ogni mezzo a fare la sua parte, a fare di più, a pretendere dalla politica risposte adeguate. Lo faccia però prendendo la parola, utilizzando le feste di Paese, le omelie, le occasioni pubbliche per fare cultura, per colmare i silenzi e battere l’omertà. Piuttosto che con uno sciopero elettorale, lo faccia contribuendo a denunciare le mancanze di chi governa, senza sconti per nessuno, con coerenza, fino in fondo.
Ci sia un appello alla partecipazione attiva della cittadinanza, anziché all’astensione, un richiamo ad appropriarci nuovamente della vita pubblica, soprattutto nelle aree di degrado e solitudine.
La Chiesa si faccia promotrice dell’azione, piuttosto che dell’astensione, aiutando le persone a sentirsi meno sole, costringendo la politica a sentirsi sotto il giudizio critico dei cittadini.
Perché, in questa battaglia, le parole contano più del silenzio.
C’è il sole stamattina a Caserta, e la parola fine scritta a 25 anni di storia criminale, nel maxi processo più grande mai giunto in Cassazione, dopo quelli istruiti da Falcone e Borsellino, ha davvero il sapore della giustizia: lo Stato ha regolato i conti con la “vecchia guardia” dei casalesi. In molti parlano di una sentenza pulita, che rende onore allo straordinario impegno dei magistrati e delle forze dell’ordine: il processo di primo grado ha visto 106 imputati con 77 capi d’imputazione, 410 milioni di euro sequestrati, diversi beni requisiti e 630 udienze. La radio mi ripete la bella notizia, e mi viene voglia di vedere i miei amici, quelli che ci sono sempre quando succedono cose importanti.Festeggiamo con cornetto e cappuccino in un bar del corso e discutiamo di come l’impegno per denunciare, per agire nella legalità, per liberare la Campania e l’Italia dalla camorra deve trarre dalla sentenza di oggi nuova linfa e nuovo coraggio. Ci ripetiamo che è il momento di andare fino in fondo, per arrivare alla cattura dei due “reggenti” Iovine e Zagaria, e per spezzare in maniera definiva i legami criminali nell’economia, nell’impresa e nella politica.
Nelle nostra parole c’è una euforia insolita, ci godiamo sollevati il sole di gennaio, e questa vittoria tanto attesa. Prima di andare via sfoglio i quotidiani, scopro che tutti stamattina si occupano di questo fazzoletto di terra: la notizia che i 16 ergastoli ai boss del clan sono stati confermati, e che tutti i ricorsi sono stati respinti ha fatto il giro delle redazioni dei più importanti quotidiani nazionali.
Ne sono felice, perché so che oggi la parte perbene di questa provincia si sente meno sola. Mi viene in mente il lavoro di uno scrittore coraggioso che ai casalesi ha dato un nome e un volto, e che ha permesso attraverso il suo racconto di rendere nota al mondo la loro ferocia. Senza l’impegno di Roberto Saviano tutta questa attenzione non ci sarebbe stata. Ed è a lui che va il mio grazie in una bella giornata, non solo per la Campania, ma per l’intero Paese e le sue istituzioni.
La sentenza in Cassazione al processo Spartacus scrive la parola fine di una vicenda giudiziaria di fondamentale importanza per la Campania e per tutto il Paese.Il maxi-processo Spartacus è il più grande mai giunto in Cassazione, dopo quelli contro Cosa Nostra istruiti dai giudici Falcone e Borsellino: gli ergastoli assegnati ai boss, le 630 udienze, i 126 imputati con 77 capi d’accusa, il sequestro di 410 milioni di euro al clan dei Casalesi, la confisca di diversi beni di camorra, sono le cifre della scia di sangue, violenze, crimini commessi.
Questa sentenza rappresenta una vittoria dei magistrati capaci, delle forze dell’ordine, ma è una vittoria anche di tutti i campani, di tutti gli italiani, a cui hanno contribuito tanti giovani, volontari, , giornalisti e scrittori, che ai Casalesi hanno dato un nome e un volto, che hanno permesso attraverso il racconto, la protesta e l’impegno di rendere nota al mondo la ferocia della camorra, per riscattare e liberare la nostra terra.
Ora è il momento di andare fino in fondo, per arrivare alla cattura dei due boss latitanti Iovine e Zagaria, per spezzare i legami criminali nell’economia, nell’impresa e nella politica. L’impegno per denunciare, per agire nella legalità, per liberare la Campania e l’Italia dalla camorra deve trarre dalla sentenza di oggi nuova linfa e nuovo coraggio.
Ci vediamo in una Caserta addormentata, in un bar appena dopo il casello dell’autostrada per fare il punto sui fatti di Rosarno. Ci sono Mimma e Giampaolo del Centro Sociale Ex Canapificio e Gianluca della Caritas; la lettura dei giornali ci preoccupa, i racconti dei ragazzi che sono riusciti a tornare sani e salvi dall’inferno di Rosarno, ancora di più. Decidiamo di andare a capire cosa succede davvero.
Partiamo di mattina presto, non è ancora giorno, gli occhi faticano un po’ a restare aperti, e mentre Gianpaolo mette in moto, penso che i ragazzi che andiamo ad incontrare in genere a quest’ora sono già partiti da Castel Volturno, e da tempo sono fermi alle rotonde di Quarto, di Giugliano, di Caivano, di Licola, in attesa del “caporale” che passa a prenderli per portarli nei campi, a lavorare. Arriviamo a Bari in anticipo, incontriamo Don Angelo, un sacerdote che ha passato la notte davanti ai cancelli del Centro di Accoglienza per i Richiedenti Asilo, in attesa di notizie. Arriva anche Dario Ginefra, parlamentare del posto che segue con molta attenzione i destini dei ragazzi portati presso i “centri” baresi.
Insieme decidiamo di andare subito al CIE, acronimo antipatico che significa Centro di Identificazione e Espulsione, lì sono stati trasferiti alcuni ragazzi. Don Angelo è preoccupato, pare siano in tanti ad essere stati trasferiti lì, in attesa di essere rimpatriati nei loro Paesi di origine. Riflettiamo ad alta voce sull’assurdità di quanto sta accadendo: questi lavoratori sono stati sfruttati, maltrattati, ridotti in schiavitù da imprenditori italiani rimasti impuniti. Per la legge, in base all’articolo 18 del testo unico, avrebbero diritto al permesso di soggiorno; in un Paese civile avrebbero diritto anche alle scuse delle nostre istituzioni su quanto sono stati costretti a subire. Ma sempre più spesso mi ritrovo a pensare che di civile, nella nostra Italia, ci sta rimanendo ben poco: non è civile, ed è anche profondamente ingiusto, fare la voce grossa con deboli. Con chi ha come unica colpa quella di essere arrivato qui per sfuggire alla guerra e alla disperazione, semplicemente per lavorare, alla ricerca di una vita dignitosa. Me lo dice Gianluca : “Ma ci pensi, che hanno fatto di male questi ragazzi?” Ci penso, e la risposta è niente. Niente.Entriamo al Centro, ci accoglie il dirigente della struttura che ci fa attendere il tempo necessario per ottenere le autorizzazioni dalla Prefettura. Arriva la Vice Prefetto, e ci accomodiamo nella stanza dove gli ospiti seguono i corsi di italiano. Pochi minuti e arrivano anche i ragazzi. Sono nove, di diverse nazionalità, si mettono quasi in fila, per mostrarci i documenti che hanno portato per raccontarci la loro situazione. Aspettano pazienti, parlano uno alla volta, rispettosi anche del nostro inglese. Hanno lo sguardo ferito, ma attento, lucido. Scopriamo che Stephen nel settembre scorso ha partecipato alla sanatoria e che quindi viene trattenuto in maniera illegittima. Mi colpisce la sua compostezza. Fosse successa a me, una cosa del genere, sarei furiosa. Stephen non lo è: si fida del nostro Paese, delle nostre istituzioni e della nostra giustizia con la forza di chi sa di essere dalla parte giusta. Quella forza enorme mi commuove.
I miei amici mi ricordano che è tardi, dobbiamo correre al Cara. Siamo lì in pochi minuti, i moduli dove si trovano gli immigrati si trovano accanto alla pista del vecchio aeroporto, la attraversiamo in macchina, Gianpaolo accelera e simulando la voce del capitano di un jet, ci dice di allacciarci le cinture, ma arriviamo prima di poter giocare a fare i turisti. Il cancello è alto e ci sono tanti militari in divisa a presidiarlo. Dopo aver consegnato i nostri documenti entriamo. E’ora di pranzo, molti mangiano nel capannone ristorante.
Chiacchieriamo con i ragazzi, molti abitano a Castel Volturno, abbracciano Gianluca e Gianpaolo, felici di rivederli. Chiedo di incontrare la dirigente dell’ufficio immigrazione, mi fanno sapere che è molto impegnata e che non può ricevermi. La Vice Prefetto comunque ci fornisce i dati che chiediamo: ci informa che stanno procedendo all’identificazione di tutti gli ospiti, ad ieri quasi la metà dei 324 ragazzi arrivati da Rosarno, non era stata ancora identificata. Moltissimi risultano essere in possesso di permesso di soggiorno e sono già tornati a casa. Insisto per avere i nominativi di quelli rimasti senza riuscirci.
Mentre ritorniamo verso Caserta il telefono dei miei compagni di viaggio continua a squillare chiamano dal Cara di Crotone, dai Centri dove sono stati portati, ma anche dalle loro case, i ragazzi venuti qua in cerca di speranza. Chiedono notizie, informazioni, si preoccupano dei loro connazionali. Chiamano, credo, anche per il desiderio di ascoltare una voce disponibile, attenta. Amica. Ci lasciamo che è notte di nuovo, ci salutiamo in fretta con l’impegno di risentirci in caso di novità. Il telefono squilla stamattina, è Gianpaolo, altri 16 ragazzi sono stati portati nei CIE ieri sera, evidentemente dopo la nostra partenza. Mi viene in mente la fiducia di Stephen nello Stato italiano e mi viene da star male.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, Ministri, la vicenda in cui è coinvolto l’onorevole Cosentino attiene certamente a profili giudiziari, i profili di cui abbiamo discusso questa mattina e su cui dico subito che la mia posizione è assolutamente conforme a quella espressa dall’onorevole Samperi e dal gruppo del Partito Democratico.
Questa vicenda, però, contiene anche un’altra enorme, gigantesca questione, che è quella cui faceva riferimento poco fa l’onorevole Bossa, una questione tutta politica.
Si tratta di quella che, per l’appunto, riguarda la responsabilità e la qualità della politica e delle istituzioni. Per richiamare in qualche modo la centralità di questa questione vorrei ricordare qui insieme a voi le tante persone per bene che hanno scelto a Caserta e nel Paese di fare la propria parte, le persone che lavorano nelle associazioni, le persone che lavorano nei movimenti contro le mafie, tra gli studenti, tra i familiari delle vittime e che dedicano il loro tempo libero a portare la propria testimonianza tra i giovani. Essi sono nelle cooperative che lavorano le terre confiscate ai boss, tra gli imprenditori e tra i negozianti che hanno denunciato le estorsioni rinunciando per sempre ad una vita normale.
Ognuno di loro sa perfettamente che non basterà il proprio impegno per vincere la battaglia contro le mafie, eppure ci provano lo stesso. Lo fanno per non rassegnarsi a chi dice che tanto mai nulla potrà cambiare. In qualche modo resistono per non abituarsi alla rassegnazione. Ebbene, tutte queste persone, tutti questi cittadini, si aspettano credo di più da noi, si aspettano di più da tutti noi, si aspettano che la lotta alla criminalità diventi per davvero la priorità delle istituzioni, si aspettano che la politica sia pronta per davvero a fare la propria parte, cominciando, per esempio, a fare pulizia al proprio interno.
Non possono essere soltanto i giudici in questo Paese a dare patenti di onestà. Garantismo non può voler dire aspettare dieci anni per avere la prova che una persona ha contrattato con le forze più brutali di questo Paese. Conta l’etica, conta la moralità di ciascuno e di chi rappresenta le istituzioni in maniera credo particolare, perché non è una novità, purtroppo, che nel nostro Paese si parla (e se ne è parlato) di legami tra mafia e politica. Questi legami sono esistiti e purtroppo esistono ancora e si rinnovano quando vengono interrotti perché le mafie scelgono i propri interlocutori in base alle garanzie che pensano di ottenere e che poi drammaticamente e disgraziatamente, come sappiamo, ottengono.
Tutti coloro che hanno indagato sulle mafie, tutti coloro che le hanno osservate, che le hanno studiate, che le hanno raccontate al mondo, tutti i magistrati, tutti i procuratori, tutti i giornalisti, tutti i politici, che hanno addirittura in qualche caso perso la vita per combatterle, ci hanno spiegato e raccontato che le organizzazioni criminali non si cancellano semplicemente con l’azione repressiva, perché il cuore del loro funzionamento è negli affari che conducono in quel confine sottile, sottilissimo, che esiste tra lecito e illecito con l’appoggio, con il consenso, con la collusione e qualche volta semplicemente con il silenzio di chi riveste ruoli di responsabilità nella politica, nelle amministrazioni e nell’economia.
Sono questi i legami che lo Stato deve smascherare e che deve interrompere. La legalità, lo ripetiamo spesso, deve essere una premessa necessaria alla politica, non semplicemente uno dei campi dell’azione. Senza legalità non esiste democrazia: questa è la verità. Infatti, ai diritti si sostituiscono le concessioni e i cittadini diventano semplicemente e banalmente dei sudditi.
È nostro dovere credo garantire la piena trasparenza e l’assoluta credibilità di questo Parlamento e delle istituzioni democratiche perché, se i cittadini si sentono in qualche modo abbandonati da istituzioni che vengono considerate poco credibili o addirittura colluse o, addirittura, corrotte, viene a mancare un patto democratico tra lo Stato e i cittadini stessi che è necessario in qualche modo per chiedere sacrifici, impegno e rispetto per le leggi a quegli stessi cittadini.
Non spetta a noi esprimerci su atti giudiziari. Non spetta a noi esprimerci su procedimenti in corso ovviamente fino a quando la magistratura non concluderà il suo operato. Non spetta a quest’Assemblea meno ancora giudicare il valore delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Tuttavia, colleghi, dobbiamo chiedere a tutti noi semplicemente di mettere in qualche modo davanti ad ogni considerazione il nostro senso dello Stato.
Si tratta cioè di considerare che, di fronte ad alcuni sospetti di una gravità incontestabile, è in qualche modo necessario fare un passo indietro in attesa che vengano sgombrate dal campo tutte quante le ombre. Bisogna aspettare che si faccia piena luce per il bene dello Stato e per l’impegno quotidiano di amministratori capaci e per bene, delle forze di polizia e della magistratura.
Bisognerebbe fare un passo indietro prima che le conseguenze delle voci e dei sospetti siano devastanti, non per questa o quella parte politica - non è questo il punto - ma per il nostro Paese; prima di rimanere senza scuse possibili io credo- di fronte ai nostri cittadini e alla comunità internazionale per giustificare in qualche modo la nostra indifferenza, le nostre mancanze; prima che la conseguenza inevitabile sia la sfiducia generale nei confronti della politica, delle istituzioni e della democrazia.
Potrei qui ricordare che in ogni altro Paese ci si dimette per molto meno. Non lo farò, non perché non sia vero, ma perché siamo nell’Aula che esprime in qualche modo la volontà dei cittadini italiani. Noi rappresentiamo le speranze di cambiamento, le fatiche quotidiane, le sofferenze subite. Abbiamo nelle nostre mani il sacrificio di tutti coloro che, per opporsi o semplicemente per compiere il proprio dovere, sono stati uccisi e ammazzati, ma anche le speranze di quelle ragazze e di quei ragazzi che non hanno scelto dove sono nati, ma vogliono scegliere di restare e di cambiare concretamente attraverso la loro azione quotidiana la loro terra.
Noi dobbiamo dimostrare di essere all’altezza di questi sacrifici e di queste speranze grandi. La politica tutta - io credo - ha il dovere di dire con chiarezza da che parte sta e oggi ha il dovere di testimoniarlo.
Quest’Assemblea questa mattina ha deliberato di non consentire l’arresto dell’onorevole Cosentino, ma credo che anche chi è profondamente garantista sia in grado in qualche modo di distinguere tra senso dello Stato, da un lato, e sfida arrogante alla magistratura, dall’altro.
È per questo che l’onorevole Cosentino avrebbe dovuto fare un passo indietro dai propri incarichi di Governo per consentire di fare piena luce anche per la sua tutela personale, mettendo al riparo il Governo e le istruzioni da qualsiasi ombra.
Non lo ha fatto. Purtroppo non lo ha fatto ed è per questo che oggi il Partito Democratico insieme a tutte le istituzioni si assumeranno la responsabilità che è mancata a lui.
”Questi otto mesi di attività come responsabile legalità per il Pd sono stati soprattutto una straordinaria occasione per provare a cambiare le cose. Nella mia terra e nel mio Paese. In Parlamento, al fianco delle persone, reti e associazioni che ogni giorno si impegnano con determinazione e coraggio contro le mafie.
Per dire con chiarezza quello che i cittadini si aspettano: trasparenza, fiducia, cambiamento.
C’è moltissimo lavoro da fare, che spetta a tutti noi. A me, che certamente continuerò in ogni modo possibile il mio impegno, a noi, come cittadini italiani. Alla politica, soprattutto, troppo spesso timida e inconcludente nell’affrontare i problemi…”
Dopo mesi e mesi di proteste, la maggioranza aveva promesso di trovare i soldi necessari per fronteggiare l’emergenza in cui si trovano le forze dell’ordine. Come è noto, manca praticamente tutto a chi ogni giorno rischia in prima persona per garantire al Paese sicurezza: benzina per le volanti, toner delle stampanti, turn over del personale, persino il materiale da cancelleria. Tutto.
E come si pensa di trovarli questi soldi utili, necessari e urgenti? Facendo cassa con la vendita dei beni confiscati alle mafie. Sembra uno scherzo di cattivo gusto, invece, è l’ennesima, tragica, follia di questo governo.Un clamoroso passo indietro: una legge ottenuta a partire dalle importanti intuizioni di Pio La Torre e portata avanti grazie alla raccolta firme che nel 1996 coinvolse un milione di cittadini, oggi rischia di essere spazzata via.Al 30 giugno 2009 i beni immobili confiscati alla criminalità organizzata (dal 1982 quando entra in vigore la legge Rognoni - La Torre) sono 8933. Di questi, 5407 sono stati destinati allo Stato o ai Comuni per finalità istituzionali e/o sociali, 313 sono usciti dalla gestione del Demanio per vari motivi (tra cui revoca della confisca,esecuzione immobiliare, espropriazione….), mentre 3213 sono ancora quelli da destinare. Le lungaggini burocratiche nell’assegnazione non possono però mettere in discussione questa legge, ma al contrario, devono spingerci a migliorarla per aumentarne l’efficacia.Il sequestro, infatti, colpisce le mafie nel settore che più conta per loro, quello delle ricchezze e del giro di denaro. Assegnare a scopo sociale questi beni ha permesso la nascita e la crescita delle migliori esperienze di associazioni e movimenti antimafia, che hanno saputo trasformare quelli che prima erano luoghi di sofferenza, di privazione, in presidi di legalità, di cittadinanza e solidarietà. Da “beni mostri a beni nostri”, come ama ripetere Don Tonino Palmese, responsabile regionale di Libera Campania, che si batte ventiquattro ore al giorno, per restituire dignità e trasparenza alla nostra terra.L’assurdità dell’articolo della Finanziaria è evidente: per dare soldi alla sicurezza si rivendono beni confiscati, con il rischio concreto che ad acquistarli nuovamente siano proprio i criminali che, come è noto, non hanno problemi di liquidità.E’ già accaduto, infatti, che attraverso prestanome i criminali si presentino agli enti locali per chiedere l’assegnazione dei beni, ed è utile ricordare che in alcuni Comuni, tra le motivazioni inserite nel decreto di scioglimento, compare esattamente questa. Tra non molto la finanziaria arriverà alla Camera: chiediamo alla maggioranza di ripensarci, di rivedere questa proposta assurda, e di difendere con i beni confiscati, la memoria di Pio La Torre ele tante esperienze di impegno volontario e appassionato che in questi anni hanno aiutato il nostro Paese a essere migliore.