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E ora i giovani difendano la Costituzione

11-02-2009 20:34:49

imm_primopostthumbnail.jpgSento più forte che mai la preoccupazione per la situazione in cui si trova il Paese. Credo che questo sentimento abbia prevalso in molti di noi nel corso delle ultime, concitate settimane.

Lo scontro fra il nostro gruppo parlamentare e quello della maggioranza ha raggiunto livelli di grave tensione. Abbiamo dovuto utilizzare parole che speravamo di non dover chiamare in causa: “razzismo”, “stato di polizia”, “autoritarismo”. Lo abbiamo dovuto fare di fronte a proposte e fatti che ci hanno indignato.

L’escalation di intolleranza di Governo verso gli immigrati, cominciata con la schedatura dei bimbi rom e proseguita con le classi separate a scuola, è arrivata all’estremo con la norma del decreto sicurezza che mette a rischio i clandestini di essere denunciati dal medico che li soccorre. A nulla sono valse le proteste di associazioni professionali, organismi internazionali, cittadini indignati. I primi dati ci dicono che le richieste di assistenza sanitaria da parte degli immigrati sono già calate del 20%.

Nel frattempo la drammatica vicenda umana di Eluana Englaro ci ha travolti, con la sua portata emotiva e con tutta la strumentalità con cui il Governo ha usato 17 anni di sofferenze di una famiglia per dividere l’opinione pubblica e aprire un conflitto istituzionale senza precedenti.
Ho voluto osservare per tutti questi giorni un silenzio assoluto, ho preso la parola per dire solo una cosa: io sto con la Costituzione e intendo difenderla.
Il silenzio era dovuto, un atto di sensibilità umana, prima di tutto, nel pensare che a ognuno di noi potrebbe capitare lo stesso e che forse la prima e più terribile violenza è proprio diventare un caso mediatico, oggetto di una lotta politica che non può lasciare vincitori né vinti.

Passato qualche giorno sento la necessità di ribadire la questione che abbiamo di fronte: non Eluana, non la legge per il testamento biologico, non un dibattito sulle funzioni del presidente della Repubblica. Sono le istituzioni italiane che vacillano, con un parlamento in balia dei decreti legge che il governo impone, il Presidente della Repubblica sotto attacco per le funzioni che la Costituzione gli affida, la Costituzione stessa dichiarata vecchia, superata, ideologica.

Penso che la Costituzione possa anche essere cambiata. Una prima riforma è già stata fatta, potranno senza dubbio arrivarne altre.
Mi spaventa invece l’obiettivo dichiarato del Premier: quello di attaccarne i principi alla base, non solo verso il presidenzialismo, ma verso un’autorità con sempre meno vincoli, uno svuotamento delle funzioni parlamentari, uno svilimento degli aspetti a cui i padri costituenti hanno voluto dare più forza, per tutelarci meglio.

Forse la riforma peggiore è già in atto attraverso i provvedimenti e le dichiarazioni di stampo razzista. Come stupirsi, poi, del crescendo di violenza contro gli immigrati?

Il Paese ha bisogno di riforme in profondità, anche sul tema della democrazia: dare cittadinanza a un milione di ragazzi nati o cresciuti in Italia, oggi considerati stranieri. Aprire la strada al voto a 16 anni alle elezioni amministrative. Realizzare davvero quei principi di uguaglianza delle opportunità e rimozione delle barriere economiche e sociali che la Costituzione prevede, per tutti, mettendo al centro la persona e la dignità umana.

È con questi sentimenti, con queste speranze, che Giovedì sarò in piazza con il PD per difendere la Costituzione: i valori sono sempre giovani, l’impegno per difenderli e realizzarli va rinnovato.
Spero di essere lì insieme a tante ragazze e tanti ragazzi che in questi giorni si stanno mobilitando e che invito a continuare a farlo, con speranza e convinzione.

Lettera aperta a Giorgia Meloni

18-09-2008 15:52:09

imm_primopostthumbnail.jpgCara Giorgia,
non ti scrivo per tornare in maniera polemica sulle cose dette e non dette in questi giorni. Credimi: non voglio strumentalizzare, non intendo fare propaganda. Non su un tema così delicato, così importante, che racconta della storia e del futuro del nostro Paese. Voglio invece utilizzare tutta la sincerità di cui sono capace per cercare un confronto autentico, vero.

E allora comincio confessandoti che mi ha colpito, e molto, la freddezza con cui i giovani di An hanno risposto alle parole coraggiose del Presidente della Camera. E ancora di più mi ha colpito il tuo silenzio, e a lungo mi sono interrogata sulla ragione che ti spingeva a non commentare, a non prendere una posizione aperta e netta.
Non puoi Giorgia, non tu.

Per l’onestà intellettuale che so ti contraddistingue e perché sei il Ministro dei giovani italiani, di quelli che navigano su internet e aprono il loro blog, di quelli che scrivono liberamente ciò che pensano anche se per qualcun altro è una sciocchezza (come secondo me quel che ha scritto Iadicicco) e che possono farlo perché qualcuno, nemmeno tantissimi anni fa, si è battuto anche per loro.

Per la loro libertà, contro una dittatura orribile che, come giustamente ricordava ieri Gramellini sulla “Stampa”, “ancor prima di legarsi al carro nazista ammazzò Matteotti e i fratelli Rosselli e asfaltò la democrazia parlamentare”.
Da noi, in questo Paese, quella dittatura ha un nome preciso: si chiama fascismo.

Per questo sono democratica e antifascista. Per questo la democrazia italiana, che affonda la sue radici nei principi della Costituzione, si fonda sull’antifascismo. E ancora per questo la memoria di questo nostro Paese non può essere distorta o storpiata, nemmeno in nome dell’odio di una minoranza, nemmeno in nome del ricordo di un amico ucciso da fanatici, perché le atrocità degli altri non giustificano mai le proprie.

La comprensione della possibile buona fede di un ragazzo che combatteva dalla parte sbagliata, la pietas con cui guardare alle vittime di quella che fu anche (e sottolineo anche) una guerra civile, non può in nessun modo portare a confondere torti e ragioni, non può far dimenticare, e dovrebbe anzi far ribadire a tutti, che una sola era la parte giusta: quella che scelse la libertà e la democrazia.

Negare questo vorrebbe dire rischiare di mettere in discussione, magari in modo implicito ma non per questo meno pericoloso, la libertà di oggi e di domani; vorrebbe dire lasciare che un’ombra si addensi, fino a coprirlo, sul nostro futuro, su quello delle generazioni che verranno.

Io credo, proprio per questo, che sia superficiale e alla fine profondamente sbagliato liquidare questa discussione, come ha fatto recentemente il Presidente del Consiglio, come una cosa che riguarda solo il passato e per questo inutile, perché i problemi veri sono altri. Un uomo di Stato non può, non deve, assecondare la tendenza a vivere in un presente bulimico ed “eterno”, con la storia che sbiadisce e il presente che non garantisce più quel senso di identità e di appartenenza senza il quale una comunità, vorrei dire una nazione, non è davvero tale.

Noi abbiamo il dovere di ricordare. Di sapere, di distinguere, e di ricordare. Non in nome del passato, ma per conto del nostro futuro. Perché solo così, conoscendo ciò che è stato e sapendo ciò che siamo, potremo tessere insieme, nella legittima e preziosa differenza dei nostri convincimenti e delle nostre posizioni politiche, il tessuto di quei valori profondi e condivisi che rendono forte una democrazia.