Questo blog, come tanti altri siti e pagine web, il 9 luglio partecipa alla giornata del silenzio della rete, in solidarietà con lo sciopero dei giornalisti e dell’informazione.
Per protestare contro la legge bavaglio: un provvedimento ingiusto che negherà ai cittadini il diritto a essere informati.
Un giorno di silenzio per gridare forte che questa battaglia non riguarda solo una professione, quella dei giornalisti e degli operatori dell’informazione, ma riguarda il nostro Paese, la sua democrazia, la possibilità per ognuno di noi di esprimersi, partecipare attivamente e scegliere liberamente.
Un silenzio significativo, per ricordarci che dal 10 luglio dovremo tornare a parlare, a spiegare e a protestare attivamente.
Oggi sono in sciopero della fame, a staffetta con i lavoratori di Aglie ex Eutelia in presidio davanti a Montecitorio.E’ un’iniziativa per ottenere dalla Presidenza del Consiglio la convocazione immediata dei due tavoli già istituiti. Il primo per valutare la situazione delle Commesse Pubbliche per Agile exEutelia, il secondo relativo alle politiche industriali dell’Information Technology ed alle prospettive di questi lavoratori.Aglie ex Eutelia rappresenta un patrimonio importante per il nostro paese, essenziale se pensiamo che per uscire dalla crisi abbiamo bisogno di produzioni e servizi qualificati e di alto valore aggiunto.
Si tratta di lavoratori di alto livello che hanno bisogno per continuare ad esserlo di lavorare e formarsi.
Agile ex Eutelia inoltre, è proprietaria di infrastrutture materiali e immateriali molto significative per il nostro Paese: sto parlando di migliaia di chilometri di fibra ottica e del software necessario per la comunicazione.
E’ questa una delle ragioni principali, assieme alla peculiare vicenda dei passaggi di proprietà di Agile ex Eutelia, che hanno indotto molti fra deputati e senatori del Partito Democratico ad aderire a questa iniziativa che speriamo si allarghi ad altri parlamentari.
Chiediamo alla Presidenza del Consiglio, ed in particolare al Sottosegretario Gianni Letta, che a questo si era impegnato, di convocare i tavoli.
Sta rimbalzando sulla stampa e sul web una curiosa notizia che ci riguarda e che non può fare altro che strapparci un sorriso (autoironico e anche un po’ amaro, forse).Si tratta del sondaggio comparso sul sito dell’Espresso il 21 Maggio, che chiedeva di scegliere il futuro leader del PD fra alcuni nomi di giovani dirigenti o eletti del nostro partito, più qualche outsider, fra cui Nichi Vendola.Il caso clamoroso nasce dalla constatazione da parte della redazione che migliaia di voti provengono dallo stesso IP, a volte da due o tre IP diversi.L’Espresso sottolinea, giustamente, che nessun sondaggio online ha valore statistico né rappresentativo. Si tratta di un gioco, nulla più, a cui però, tutti quanti, soprattutto i diretti interessati, alla fine prestano una certa attenzione: una volta pubblicati i risultati, la notizia c’è.
Alcuni degli amici del PD coinvolti, si sono difesi dalle accuse, aumentando l’aspetto tragicomico della vicenda: alcuni si sono dichiarati del tutto incompetenti, non in grado di aggirare il sistema di conteggio. Della serie: il computer, questo sconosciuto! (come scrive Adinolfi: click regalati a loro insaputa?). Altri hanno provato a buttare là che sì, i click sono truccati, ma potrebbe essere stata la stessa redazione dell’Espresso.
Questa ipotesi mi sembra spassosissima, perché implicherebbe che la redazione, di fronte al fallimento del sondaggio, caduto nel più completo disinteresse dei lettori, è corso ai ripari, costringendo i dipendenti a effettuare migliaia di click sui vari candidati.
Qualcuno dirà che scrivo così perché tanto, io tra i candidati non c’ero…E allora lo confesso: è un grande sollievo non esserci stata in quell’elenco. Cosa avrei fatto per ottenere anch’io i miei 3000 click? Avrei resistito alla tentazione? Avrei costretto la mia collaboratrice ad incollarsi al mouse per un intero pomeriggio? Oppure qualcuno mi avrebbe regalato click a mia insaputa?!
Meglio rimanere con il dubbio e suggerire qualche morale della favola:
- mai pubblicare sondaggi dalla dubbia attinenza con la realtà dei lettori
- assicurarsi che non ci siano “cliccatori” a nostra insaputa
- fare in modo che eventuali voti “truccati” provengano almeno da dieci IP diversi
- in caso di clamorosa rivelazione, provare a reagire con un po’ più di ironia.
Più di 400 iscritti, messaggi in bacheca dal contenuto violento, foto che ritraggono persone armate, cognomi più che noti in quel di Casal di Principe, terra d’azione del clan dei Casalesi.
Ho aperto un gruppo anch’io: “Rimuovere il gruppo “Casalesi”" per raccogliere la protesta degli utenti che si sentono feriti e indignati da una tale ostentazione di impunità e di orgoglio camorrista.
Il compito di tutti noi è molto semplice:
1) Andare sulla pagina del gruppo “Casalesi”, cliccare su “Segnala” e inviare agli amministratori di Facebook il messaggio automatico che compare per chiedere l’immediata rimozione della pagina.
L’obiettivo non è solo cancellare il gruppo da Facebook, ma anche quello di spingere la polizia postale a una maggiore vigilanza e prevenzione su come i mafiosi e i camorristi utilizzano il web per comunicare tra di loro.
Basta scorrere i messaggi in bacheca per rendersi conto che in questo caso, come in molti altri che ho denunciato, spazi pubblici e aperti a tutti vengono utilizzati da affiliati e latitanti per comunicare tra di loro, oltre che per una operazione “pubblicitaria”.
Il Ministro Maroni non ha mai risposto a nessuna delle interrogazioni che ho presentato in proposito: credo sia un nostro preciso diritto sapere cosa fanno le forze di polizia in questo nuovo ambito, complesso e fondamentale.
Sappiamo che i criminali utilizzano Skype, perché esente da intercettazioni. Sappiamo che si parlano su You Tube, fra i commenti dei video di cantanti neomelodici. Sappiamo che usano Facebook, dove abbondano i gruppi per questo o quel boss latitante.
Si dovrebbe affrontare la questione evitando azioni mediatiche inutili se non dannose, come quelle che introducono forme più o meno improbabili di censura sul web.
Il punto infatti non è la censura: qualunque azione di controllo “preventivo” non sarebbe accettabile, proprio perché internet si basa sullo scambio di informazioni in tempo reale. Il punto vero è sapere se c’è un’attenzione adeguata, con mezzi adeguati, da parte delle forze di polizia per seguire le tracce dei crimini che corrono sul web.
Ci sono già tre mie interrogazioni parlamentari a cui Maroni potrebbe rispondere, per aiutarci a capire tutto questo:
- una sull’uso di You Tube, Skype e le altre tecnologie Voip da parte dei camorristi
- una sul gruppo Facebook (poi rimosso) in onore del boss Giuseppe Setola (mandante della strage di Castelvolturno)
- infine quella presentata ieri, su quest’ultima bella scoperta del gruppo “Casalesi”.
Arriverà qualche risposta? Oppure dobbiamo accontentarci delle conferenze stampa che celebrano la Polizia Postale, confidando che dietro a ognuna di queste pagine ci sia almeno un onesto servitore dello Stato che identifica criminali e camorristi?
Mi hanno mandato su Facebook questa foto scattata oggi ad Aversa: spiega meglio di tante parole i presunti miracoli del “Governo del Fare”.
Un mio manifesto della campagna elettorale del 2008 è scampato alle affissioni per le regionali: di “Politica Differenziata”, nella mia terra, ce n’è proprio bisogno…
Vedo scorrere alla tv le immagini di Rosarno, la violenza cieca dei “bianchi”, la paura e poi la rabbia degli immigrati e mi sembra di rivivere quello che è accaduto circa un anno fa a Castel Volturno: dopo la strage dei sei immigrati la comunità africana scese per le strade, urlò la rabbia, la disperazione di chi attraversa il mare per fuggire dalla fame, dalla guerra e si ritrova ucciso dalla camorra senza avere alcuna colpa. Di loro si è detto che erano spacciatori, delinquenti, camorristi. Erano solo immigrati nelle mani del caporalato, che si alzavano alle cinque del mattino per provare a trovare qualche ora di lavoro. Esattamente come accade a Rosarno da fine settembre a metà gennaio, il periodo durante il quale si raccologono le clementine e le arance di Calabria. Le abbiamo ritrovate anche quest’anno sulle nostre tavole grazie al lavoro di queste persone, le stesse persone che si occupano in altri periodi dell’anno della raccolta delle mele a Trento, dei pomodori a Foggia e nel casertano, delle patate a Cassibile. Sono lavoratori, braccianti agricoli che da Castel Volturno, Casal di Principe, Teano, Aversa, Afragola, Pianura, S.Antimo dove hanno casa, si spostano, per seguire la geografia del lavoro stagionale.
Medici Senza Frontiere già nel marzo del 2005 ne ha seguito gli spostamenti, ne ha analizzato le condizioni di vita e ha redatto diversi rapporti nei quali si denuncia la “mancanza di qualsiasi forma di assistenza o tutela, esposizione a maltrattamenti e soprusi, condizioni di salute a dir poco precarie”. Un esercito di uomini e donne sempre più indispensabili per l’agricoltura italiana, che restano “invisibili”, ignorati e privati dei diritti più essenziali, in una sorta di ipocrisia collettiva che coinvolge il Governo, gli enti locali, le associazioni di produttori, i sindacati, le Asl,gli enti di tutela, fino ad arrivare ai consumatori.
Ieri circa 500 di questi lavoratori si sono ritrovati a Caserta, presso il Centro Sociale ex Canapificio, in un’assemblea per discutere di ciò che è accaduto a Rosarno. Tornano a casa con il terrore negli occhi: Sakò, 26 anni richiedente asilo del Burkina Faso è visibilmente provato. E’ appena arrivato a Caserta e stenta a parlare, abbraccia gli altri e dice “ci sparano come fossimo polli. Non so come ho fatto a scappare, sono stato due giorni nascosto su un albero”. Youssuf, ivoriano 25 anni, dopo essere stato medicato in ospedale la sera del 7 è riuscito ad arrivare alla stazione. E’ felice di essere salvo ma non ha ricevuto il salario di tre mesi di lavoro. E Mimma D’Amico, del Centro Sociale ex Canapificio mi chiede: “Come e a chi potrà denunciarlo? E’ uno dei braccianti agricoli senza permesso di soggiorno ignorati dalla regolarizzazione prevista solo per colf e badanti, e come lui ce ne sono a centinaia”. Centinaia di braccianti che non hanno ricevuto il salario di tre mesi di lavoro e che, dopo quello che è successo, non avranno mai quello che gli spetta. Mi faccio un po’ di conti: tre mesi di lavoro non pagati moltiplicati per tutti i lavoratori impiegati, diventa un “risparmio”notevolissimo. Il pensiero che quello che è successo sia “convenuto” a qualcuno diventa una certezza. Mimma mi racconta anche di tante storie di lavoratori aggrediti perché “pretendevano” il salario, picchiati e derubati dai caporali o da gruppi di persone rimasti impuniti. E impuniti, fino ad ora, sono anche quei cittadini di Rosarno, circa cento, che armati di spranghe e pistole hanno dato vita ad una vera e propria caccia al nero. Chi sono queste persone? Per conto di chi hanno agito? Molti sostengono che in quel territorio nulla accade senza l’assenso dei clan Pesce e Bellocco. E ad aumentare il sospetto di un coinvolgimento della ‘ndrangheta c’è la notizia, riportata da alcuni quotidiani, del fermo di un rampollo del clan Bellocco. Fermato perché alla guida di una vettura che ha investito deliberatamente un gruppo di immigrati. Molti episodi, in realtà, lasciano pensare al tentativo di gettare benzina sul fuoco, a cominciare dal fatto che ha scatenato la rivolta:la fucilata sugli immigrati in strada. Chi ha sparato? A Castel Volturno, come abbiamo appreso grazie al lavoro degli inquirenti, fu il gruppo di fuoco guidato da Setola. E a Rosarno? E’ difficile credere alla “ragazzata”in territorio dove le ‘ndrine la loro presenza la fanno sentire eccome. Gli immigrati a questa presenza si sono ribellati ancora una volta. Hanno gridato la loro rabbia e con coraggio hanno detto basta. Tocca alle Istituzioni ora, al Governo e al Ministro Maroni in particolare, fare in modo che non sia più tollerato lo sfruttamento e il lavoro nero. Tocca al nostro Paese, tutto, riappropriarsi di parole come uguaglianza, accoglienza, legalità, lotta al razzismo e lotta alle mafie.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, Ministri, la vicenda in cui è coinvolto l’onorevole Cosentino attiene certamente a profili giudiziari, i profili di cui abbiamo discusso questa mattina e su cui dico subito che la mia posizione è assolutamente conforme a quella espressa dall’onorevole Samperi e dal gruppo del Partito Democratico.
Questa vicenda, però, contiene anche un’altra enorme, gigantesca questione, che è quella cui faceva riferimento poco fa l’onorevole Bossa, una questione tutta politica.
Si tratta di quella che, per l’appunto, riguarda la responsabilità e la qualità della politica e delle istituzioni. Per richiamare in qualche modo la centralità di questa questione vorrei ricordare qui insieme a voi le tante persone per bene che hanno scelto a Caserta e nel Paese di fare la propria parte, le persone che lavorano nelle associazioni, le persone che lavorano nei movimenti contro le mafie, tra gli studenti, tra i familiari delle vittime e che dedicano il loro tempo libero a portare la propria testimonianza tra i giovani. Essi sono nelle cooperative che lavorano le terre confiscate ai boss, tra gli imprenditori e tra i negozianti che hanno denunciato le estorsioni rinunciando per sempre ad una vita normale.
Ognuno di loro sa perfettamente che non basterà il proprio impegno per vincere la battaglia contro le mafie, eppure ci provano lo stesso. Lo fanno per non rassegnarsi a chi dice che tanto mai nulla potrà cambiare. In qualche modo resistono per non abituarsi alla rassegnazione. Ebbene, tutte queste persone, tutti questi cittadini, si aspettano credo di più da noi, si aspettano di più da tutti noi, si aspettano che la lotta alla criminalità diventi per davvero la priorità delle istituzioni, si aspettano che la politica sia pronta per davvero a fare la propria parte, cominciando, per esempio, a fare pulizia al proprio interno.
Non possono essere soltanto i giudici in questo Paese a dare patenti di onestà. Garantismo non può voler dire aspettare dieci anni per avere la prova che una persona ha contrattato con le forze più brutali di questo Paese. Conta l’etica, conta la moralità di ciascuno e di chi rappresenta le istituzioni in maniera credo particolare, perché non è una novità, purtroppo, che nel nostro Paese si parla (e se ne è parlato) di legami tra mafia e politica. Questi legami sono esistiti e purtroppo esistono ancora e si rinnovano quando vengono interrotti perché le mafie scelgono i propri interlocutori in base alle garanzie che pensano di ottenere e che poi drammaticamente e disgraziatamente, come sappiamo, ottengono.
Tutti coloro che hanno indagato sulle mafie, tutti coloro che le hanno osservate, che le hanno studiate, che le hanno raccontate al mondo, tutti i magistrati, tutti i procuratori, tutti i giornalisti, tutti i politici, che hanno addirittura in qualche caso perso la vita per combatterle, ci hanno spiegato e raccontato che le organizzazioni criminali non si cancellano semplicemente con l’azione repressiva, perché il cuore del loro funzionamento è negli affari che conducono in quel confine sottile, sottilissimo, che esiste tra lecito e illecito con l’appoggio, con il consenso, con la collusione e qualche volta semplicemente con il silenzio di chi riveste ruoli di responsabilità nella politica, nelle amministrazioni e nell’economia.
Sono questi i legami che lo Stato deve smascherare e che deve interrompere. La legalità, lo ripetiamo spesso, deve essere una premessa necessaria alla politica, non semplicemente uno dei campi dell’azione. Senza legalità non esiste democrazia: questa è la verità. Infatti, ai diritti si sostituiscono le concessioni e i cittadini diventano semplicemente e banalmente dei sudditi.
È nostro dovere credo garantire la piena trasparenza e l’assoluta credibilità di questo Parlamento e delle istituzioni democratiche perché, se i cittadini si sentono in qualche modo abbandonati da istituzioni che vengono considerate poco credibili o addirittura colluse o, addirittura, corrotte, viene a mancare un patto democratico tra lo Stato e i cittadini stessi che è necessario in qualche modo per chiedere sacrifici, impegno e rispetto per le leggi a quegli stessi cittadini.
Non spetta a noi esprimerci su atti giudiziari. Non spetta a noi esprimerci su procedimenti in corso ovviamente fino a quando la magistratura non concluderà il suo operato. Non spetta a quest’Assemblea meno ancora giudicare il valore delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Tuttavia, colleghi, dobbiamo chiedere a tutti noi semplicemente di mettere in qualche modo davanti ad ogni considerazione il nostro senso dello Stato.
Si tratta cioè di considerare che, di fronte ad alcuni sospetti di una gravità incontestabile, è in qualche modo necessario fare un passo indietro in attesa che vengano sgombrate dal campo tutte quante le ombre. Bisogna aspettare che si faccia piena luce per il bene dello Stato e per l’impegno quotidiano di amministratori capaci e per bene, delle forze di polizia e della magistratura.
Bisognerebbe fare un passo indietro prima che le conseguenze delle voci e dei sospetti siano devastanti, non per questa o quella parte politica - non è questo il punto - ma per il nostro Paese; prima di rimanere senza scuse possibili io credo- di fronte ai nostri cittadini e alla comunità internazionale per giustificare in qualche modo la nostra indifferenza, le nostre mancanze; prima che la conseguenza inevitabile sia la sfiducia generale nei confronti della politica, delle istituzioni e della democrazia.
Potrei qui ricordare che in ogni altro Paese ci si dimette per molto meno. Non lo farò, non perché non sia vero, ma perché siamo nell’Aula che esprime in qualche modo la volontà dei cittadini italiani. Noi rappresentiamo le speranze di cambiamento, le fatiche quotidiane, le sofferenze subite. Abbiamo nelle nostre mani il sacrificio di tutti coloro che, per opporsi o semplicemente per compiere il proprio dovere, sono stati uccisi e ammazzati, ma anche le speranze di quelle ragazze e di quei ragazzi che non hanno scelto dove sono nati, ma vogliono scegliere di restare e di cambiare concretamente attraverso la loro azione quotidiana la loro terra.
Noi dobbiamo dimostrare di essere all’altezza di questi sacrifici e di queste speranze grandi. La politica tutta - io credo - ha il dovere di dire con chiarezza da che parte sta e oggi ha il dovere di testimoniarlo.
Quest’Assemblea questa mattina ha deliberato di non consentire l’arresto dell’onorevole Cosentino, ma credo che anche chi è profondamente garantista sia in grado in qualche modo di distinguere tra senso dello Stato, da un lato, e sfida arrogante alla magistratura, dall’altro.
È per questo che l’onorevole Cosentino avrebbe dovuto fare un passo indietro dai propri incarichi di Governo per consentire di fare piena luce anche per la sua tutela personale, mettendo al riparo il Governo e le istruzioni da qualsiasi ombra.
Non lo ha fatto. Purtroppo non lo ha fatto ed è per questo che oggi il Partito Democratico insieme a tutte le istituzioni si assumeranno la responsabilità che è mancata a lui.
”Questi otto mesi di attività come responsabile legalità per il Pd sono stati soprattutto una straordinaria occasione per provare a cambiare le cose. Nella mia terra e nel mio Paese. In Parlamento, al fianco delle persone, reti e associazioni che ogni giorno si impegnano con determinazione e coraggio contro le mafie.
Per dire con chiarezza quello che i cittadini si aspettano: trasparenza, fiducia, cambiamento.
C’è moltissimo lavoro da fare, che spetta a tutti noi. A me, che certamente continuerò in ogni modo possibile il mio impegno, a noi, come cittadini italiani. Alla politica, soprattutto, troppo spesso timida e inconcludente nell’affrontare i problemi…”